Recensione – I Malavoglia

Concludiamo il mese di giugno con la recensione di un classico della letteratura italiana.

Autore: Giovanni Verga                           Genere: Narrativa                                Prima pubblicazione: 1881                    Prezzo di copertina: 10€                           Numero di pagine: 250                       Casa editrice: BarbaraEditore

L’autore 

 

Giovanni Carmelo Verga (Vizzini, 2 settembre 1840 – Catania, 27 gennaio 1922) è stato uno scrittore e drammaturgo italiano, considerato il maggior esponente della corrente letteraria del verismo. L’ideologia che sta alla base della sua letteratura migliore è una personale ripresa della scientificità, dell’impersonalità e del positivismo dei naturalisti, declinati in senso pessimistico, senza alcuna speranza di miglioramento sociale.

La trama 

Il romanzo narra la storia di una famiglia di pescatori che vive e lavora ad Aci Trezza, un piccolo paese siciliano nei pressi di Catania.Nel 1863 ‘Ntoni, il maggiore dei figli, parte per la leva militare. È la prima volta che un membro della famiglia dei Malavoglia parte per la leva nell’esercito del Regno d’Italia, e sarà questo evento (che rappresenta l’irruzione del mondo moderno in quello rurale della Sicilia contemporanea) a segnare l’inizio della rovina della famiglia stessa…

Un estratto 

Il poveraccio tossiva che pareva soffocasse, col dorso curvo, e dimenava tristamente il capo: – «Ad ogni uccello, suo nido è bello». Vedi quelle passere? le vedi? Hanno fatto il nido sempre colà, e torneranno a farcelo, e non vogliono andarsene.– Io non sono una passera. Io non sono una bestia come loro! rispondeva ’Ntoni. Io non voglio vivere come un cane alla catena, come l’asino di compare Alfio, o come un mulo da bindolo, sempre a girar la ruota; io non voglio morir di fame in un cantuccio, o finire in bocca ai pescicani. – Ringrazia Dio piuttosto, che t’ha fatto nascer qui; e guardati dall’andare a morire lontano dai sassi che ti conoscono. «Chi cambia la vecchia per la nuova, peggio trova». Tu hai paura del lavoro, hai paura della povertà; ed io che non ho più né le tue braccia né la tua salute non ho paura, vedi! «Il buon pilota si prova alle burrasche». Tu hai paura di dover guadagnare il pane che mangi; ecco cos’hai!

La recensione 

A chi non sono mai stati assegnati dei libri per la scuola? Grossi e noiosissimi volumi, scritti in una lingua che dovrebbe corrispondere all’italiano, ‘nsomma… una palla. Confesso che anche io ero un po’ restia a iniziare questo libro, ma ho avuto due buoni motivi che mi hanno spinta a farlo (oltre la consapevolezza che a settembre ci sarà una verifica in merito)

  1. Il fatto che si tratta di un libro classico lo rende, almeno ai miei occhi, ricco di fascino. È un pezzo di storia sulla nostra lingua, e vogliamo metterci la soddisfazione di andare in giro a dire che l’avete letto?
  2. La possibilità di farmi una personale opinione

Immagino che se mi starete leggendo più che delle mie chiacchiere v’interessi il punto due, quindi iniziamo.

“I Malavoglia” è un libro che racconta le vicende della famiglia Toscano e più precisamente della loro ultima generazione. Il soprannome potrebbe far pensar male, perché in realtà la famiglia Toscano incarna a sempre l’ideale di duro e onesto lavoro, di affabilità, di gente rispettabile. Una serie di sfortunati eventi romperà però quest’apparente quiete, quasi come i pezzi di un domino. Messa così potremmo convenire sul fatto che indubbiamente si tratti di un libro per niente noioso. Tuttavia, almeno per quanto mi riguarda, ciò è stato vero solo in parte: scorrono molto veloci le scene riguardanti la famiglia Malavoglia, un po’ meno quelle incentrate sulla vita degli altri abitanti, che spesso e volentieri vanno a collocarsi con gli eventi storici del periodo della vicenda. Un personaggio secondario che però ha saputo coinvolgermi di più è lo Zio Crocifisso, che con le sue lamentele e il suo comportamento a tratti ridicolo ho immediatamente associato al Don Abbondio di Manzoni.

Sullo stile c’è poco a dire, a meno che non vogliate assistere a una lezione sul realismo. In parole povere Verga s’impone di essere il più possibile oggettivo e lascia che a farsi un’idea della storia sia il lettore. Sono perciò numerose le descrizioni e i dialoghi, non troppo difficili da decifrare ma che ogni tanto ho dovuto rileggere più di una volta per afferrarne il senso.

Se ci riesce a sorpassare l’ostacolo linguistico e i paragrafi più pesanti, che in un libro assegnato dalla scuola non possono certo mancare, allora forse sarà possibile emozionarsi molto, soprattutto in modo deprimente.

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