Recensione – La collega tatuata 

A inizio giugno pubblicavo la mia prima recensione su questa blog e il libro in questione era “Sulle rive del Plum Creek”, secondo romanzo da cui è stata tratta la serie televisiva de “La casa nella prateria”. Questa, insieme a pochissime altre, è una delle poche serie che guardo e probabilmente anche uno degli scarsi motivi per cui accendo la TV. Un’altra serie che amo, anche se scoperta solo l’anno scorso, è “Provaci ancora prof” (voi la seguite?). E come tutte cose che mi piacciono, fortuitamente anche questa è tratta da una saga di ben 5 libri. Indovinate qual è il primo?



Autrice
: Margherita Oggero Genere: Narrativa                        Prima pubblicazione 2002 v  Prezzo di copertina: 8,40 € Numero di pagine: 191               Casa editrice: Mondadori

L’autrice

Margherita Oggero (Torino, 22 marzo 1940) è una scrittrice e insegnante italiana. Il suo primo romanzo, pubblicato da Arnoldo Mondadori Editore nel 2002, è “La collega tatuata” da cui è stato tratto il film “Se devo essere sincera”, di Davide Ferrario, con Luciana Littizzetto).

La trama

La protagonista è una “profia”, una professoressa di mezza età, con una normale famiglia composta da due figli mediamente rompiscatole e un marito mediamente polemico verso la cucina affrettata di una donna che lavora fuori casa. Quando a scuola arriva una collega nuova, la bionda, ricca, elegante Bianca De Lenchantin, la nostra eroina non è per niente disposta a trovarla simpatica. Solo quando Bianca viene uccisa, senza nessuna apparente ragione, la nostra professoressa troverà il modo di sfoderare il proprio talento investigativo. Tanto più che il commissario è un uomo colto e affascinante.

Un estratto

Ma perché mai una che ha avuto tutto dalla vita, alta bionda bella ricca eccetera, deve nutrire un odio così profondo per i cani, capisco lo schifo per gli scarafaggi per i topi di fogna magari anche per le serpi, ma i cani han gli occhi dolci – quasi come gli asini che però sono più ingombranti e sparano calci – ti fanno le feste e se anche ti rovinano per eccesso d’allegria un’aiuola di azalee non è poi la fine del mondo. Tanto più che le azalee sono fiori stupidi senza profumo. Ma anche ammettendo che i cani ti disgustino come il vomito viola degli ubriachi, ance ammettendo che ti facciano paura come i tirannosauri perché una volta ti hanno abbaiato dietro da bambina, chi te lo dà, brutta stronza, il diritto di ammazzarli? E poi li ammazzi anche da stupida, lasciandoci quasi sopra il biglietto da visita, o forse no, non da stupida ma da arrogante, io ammazzo il tuo cane e mi godo il tuo dolore e la tua rabbia. Se è andata così si merita proprio che Gina le torca il collo. Torcere il collo: cosa vuol poi dire esattamente? Strozzare sgozzare sono azione che richiedono in qualche modo la presenza del collo, e anche strangolare che dev’essere la stessa cosa che strozzare, sti verbi hanno tutti la esse impura chissà perché, anche sventrare che col collo non c’entra e sbudellare e squartare, comunque riesco a immaginarmi benissimo la procedura, ma torcere è più difficile, ci vuole una forza fisica che non so se Ginotta abbia, forse si dice per i polli, non si dice tirare il collo non torcerlo.

Potrei comprare un pollo arrosto per cena, basta trovare una rosticceria, sono già senza collo, i polli arrosto, tirato torto e tagliato via, ma Renzo sbufferà di sicuro e ci sarà anche mia madre che chissà a che ora torna da Chieri e bisognerà dirle di mangiare da noi. Un pollo per quattro può bastare con un bel contorno, un’insalata mista o anche patate fritte e poi formaggi e frutta, devo comprare anche quelli, non c’è niente in casa, è proprio un periodo che non so organizzarmi nella spesa e in tutto il resto. Adesso scendo dalla macchina, anzi no sposto la macchina sull’altro lato perché qui è in sosta vietata, laggiù c’è un buco e con una dozzina di manovre dovrei riuscire a infilarmici, poi… rosticceria pane formaggi e frutta. E dopo, le equivalenze. Coraggio, c’è chi ha affrontato imprese più ardue. Esenhower nello sbarco in Normandia, per esempio.

La recensione
Avevo già nominato questo libro nel Song Tirle- Book Tag e nell’ Avrebbe assolutamente dovuto… – Book Tag pur non avendolo mai letto ma con l’intenzione di farlo il prima possibile. Alla fine è valsa la pena di attendere, avendolo trovato bellissimo. Probabilmente sono stata condizionata dal fanatismo per la trasposizione televisiva, ma oggettivamente posso dire che Margherita Oggero ha uno stile anticonformista (di cui parlerò meglio tra qualche riga) e che si tratta di una bella lettura sia per chi cerca un giallo sia per chi cerca un rosa.

Ciò che colpisce subito fin dalla prima riga è lo stile adottato dell’autrice. I pensieri di Camilla – che in tutto il romanzo non viene mai nominata e quindi non so ancora da dove sia uscito che si chiama cosi – dicevo, i pensieri di Camilla ci vengono svelati mediante la tecnica dello stile indiretto libero: Camilla pensa, pensa, si divaga, fa mille giri, torna al punto di partenza e ricomincia; tutto questo senza uno straccio di virgolette o di corsivo. Subito dopo può capitare e capita spesso che la narrazione passi al mattatore esterno, che non è in prima persona come si ci aspetterebbe ma in terza. Un’altra peculiarità è data dall’ assenza di virgolette negli elenchi e ciò accelera notevolmente il ritmo e renda l’idea del flusso di pensieri di Camilla. Per intenderci:

Potti aveva effettivamente l’aria depressa del cane che ha mal di pancia o si vergogna delle proprie deiezioni e l’aveva accolta con una fiacca sventagliata di coda senza muoversi dalla cuccia. Lei si accovacciò per carezzarlo e consolarlo: guarda che a tutti gli scappa molle qualche volta, non devi mica vergognarti povero bassottino mio che sei bello bellissimo anzi molto bellissimo come tutti i cani, meno quelli di Ginotta che non lo sono per niente, i cani sono creature amabili, riuscite proprio bene nel pasticciaccio della creazione. Perché devi sapere Pottolino mio che Lui – Dio Javeh Allah Prajapati o Comesichiama – non aveva mica in mente un disegno preciso o un bel progetto strutturato quando si è messo in moto a giocare con materia ed energia a mescolare manciate di questo e di quello, così, per vedere l’effetto che fa. Perché se no, se ci avesse studiato prima, mica avrebbe creato la zanzara che ti passa la filariosi, le pulci e le zecche che ti danno la grattarola e le infezioni e poi le cimici gli acari i pidocchi … Anche i coccodrilli e i cobra e i boa ce li avrebbe risparmiati, se solo ci ci avesse studiato su. Coi dinosauri ha rimediato dopo, tirandoci un bel frego sopra, ma non ha avuto la coerenza di fare altrettanto con quasi tutto il resto. Che po anche coi mammiferi è stato abbastanza sbadato o se preferisci imprevidente o forse ha sbagliato perché era la prima volta, forse è stato proprio il lapsus del demiurgo maldestro degli gnostici, ma dimmi tu che senso ha regalare un bel musetto alla leprotto per poi farlo maciullare dalla volpe che è bellissima anche lei, o sfinirsi per disegnare la muscolatura del cervo e poi precipitarlo nelle ganasce del leone. O dell’uomo. Salsicciotto mio, è tuta un’assurda insensatezza, anche se naturalisti ecologi e teologi sbrodolano elogi all’economia del sistema o alla perfezione del creato e ti contrabbandano l’infame catena alimentare come una mirabile strategia della natura. Mirabile un cazzo, credi a me. Il bassotto le credeva, forse con qualche riserva data la sospettosa indole bassottesca, e per dimostrarglielo cominciò a leccarle mani collo e faccia, mentre lei lo lasciava fare senza preoccupazioni igieniche, perché contro la tosxoplasmosi doveva essersi autovaccinata da un bel pezzo.

Infine, Margherita Oggero fa sfoggio del proprio sapere incastrando citazioni, nomi e termini sconosciuti qua e là. Tutto ciò, letto di seguito e per quasi duecento pagine, ha un effetto destabilizzante e travolgente. Il rischio è quello di un’emicrania ma, non so se ciò dipenda dalla mia spassionato adorazione nei confronti dell’autrice, a me è piaciuto.

Passando sii personaggi (finalmente!) sono tutti perfettamente affilati, probabilmente perché si tratta comunque di un romanzo giallo e una buona caratterizzazione è fondamentale per la risoluzione del mistero. Lo stile indiretto libero ci trascina nella centrifuga che è la mente di Camilla, brillante nell’accostare gli indizi, furba, passionale, forse un po’ più svampita di quella che stasera alle 21,25 vedrò su Rai 1 (repliche, sigh). Anche Renzo si discosta vagamente dal suo alter ego in pixel – quello letterario è un po’ più diretto, ma conserva sempre la tipica battuta pungente -, mentre Gaetano è semplicemente Gaetano e si meriterebbe un articolo tutto suo condito da foto di Paolo Conticini – magari a petto nudo, *coff coff*. Livietta è una bambina sveglia, schietta e che contribuisce ad alleggerire il tono del racconto e a creare e situazioni divertenti. Ci sono rimasta un po’ male quand’ho scoperto che Potti è un bassotto, mentre nella serie TV no, ma ciò non ha diminuito la mia stima nei suoi confronti.

Per quello che riguarda i due colori predominanti:

– Giallo: non sono un’esperte di questo genere e non ho nemmeno mai letto Camilleri (al massimo ho seguito qualche stagione di Detective Conan), ma personalmente trovo che sia stato sviluppato opportunamente. Fa da sfondo a tutta la vicenda, è la molla molla che spinge i personaggi a interagire, non è un caso semplice ma nemmeno troppo difficile, i colpi di scena ci sono e sono ben disseminati, magari alla fine non tutto è proprio chiaro (per esempio, io non ho ben capito cosa c’entrasse la questione del tatuaggio) ma bisogna riconoscere che come risultato è più che buono.

– Rosa: C’è e non c’è, va e viene eppure rimane un pilastro della trama sia per quello riguarda il delitto che per il triangolo Camilla- Renzo – Gaetano, Se si tratta di un pilastro che cade o no e se cade dove cade, non ve lo dirò.

In conclusione, appena tornerò in libreria mi ordinerò gli altri quattro e né voi né la Oggero vi liberate facilmente di me.

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