Recensione – La Ciociara

  • Autore: Alberto Moravia
  • Genere: drammatico, sentimentale 
  • Prima pubblicazione: 1957
  • Prezzo di copertina: 9,00€
  • Numero di pagine: 314
  • Casa editrice: Bompiani 


Alberto Moravia, pseudonimo di Alberto Pincherle (Roma, 28 novembre 1907 – Roma, 26 settembre 1990), è stato uno scrittore, giornalista, saggista, drammaturgo, reporter di viaggio e critico cinematografico italiano.

Considerato uno dei più importanti romanzieri del XX secolo, ha esplorato nelle sue opere i temi della sessualità moderna, dell’alienazione sociale e dell’esistenzialismo.

Salì alla ribalta nel 1929 con il romanzo Gli indifferenti, e pubblicò nella sua lunga carriera più di trenta romanzi. I temi centrali dell’opera di Moravia sono l’aridità morale, l’ipocrisia della vita contemporanea e la sostanziale incapacità degli uomini di raggiungere la felicità. La sua scrittura è rinomata per lo stile semplice e austero, caratterizzato dall’uso di un vocabolario comune inserito in una sintassi elegante ed elaborata.

“La ciociara” è la storia delle avventure di una madre e una figlia, costrette dal caso a passare un anno nelle prossimità del fronte del Garigliano tra il 1943 e il 1944. Ma “La ciociara” è anche e soprattutto la descrizione di due atti di violenza, l’uno collettivo e l’altro individuale, la guerra e lo stupro. Dopo la guerra e dopo lo stupro né un paese né una donna sono più quello che erano prima. Un cambiamento profondo è avvenuto, un passaggio si è verificato da uno stato di innocenza e di integrità a un altro di nuova e amara consapevolezza. D’altra parte tutte le guerre che penetrano profondamente nel territorio di un paese e colpiscono le popolazioni civili sono stupri. “La ciociara” non è un libro di guerra nel senso tradizionale del termine; è un romanzo in cui è narrata l’esperienza umana di quella violenza profanatoria che è la guerra.

Durante quell’estate si fecero molti affari, la gente aveva paura e ammucchiava la roba in casa e non gli pareva
mai abbastanza. C’era più roba nelle cantine e nelle di-
spense che nei negozi. Ricordo che un giorno portai un
prosciutto da una signora, dalle parti di via Veneto. Abita-
va in un bel palazzo, mi venne ad aprire un cameriere in li-
vrea e io avevo il prosciutto nella solita valigia di fibra e la signora, tutta bella e profumata, con tanti gioielli addosso
che pareva la Madonna, mi venne incontro nell’anticame-
ra e dietro di lei c’era il marito, un piccoletto grasso e la si- gnora quasi mi abbracciava dalla gratitudine dicendomi:
“Cara… o cara… venga da questa parte, si accomodi… venga, venga.” Io la seguii in un corridoio e la signora aprì la porta della dispensa e allora vidi davvero ogni ben di Dio.
C’era più roba là dentro che in una pizzicheria. Era un camerotto senza finestra con tanti scaffali giro giro e sugli scaffali si vedevano disposte qui una fila di scatole grosse, di quelle da un chilo, di sardine all’olio, lì altro scatolame fino, americano e inglese e poi tanti pacchi di pasta, e sac- chi di farina e di fagioli e vasi di confettura e almeno una decina tra prosciutti e salami. Io dissi alla signora: “Signora, lei qui ci ha da mangiare per dieci anni.” Ma lei rispose: “Non si sa mai.” Misi il prosciutto accanto agli altri e il marito lì per lì mi pagò e mentre toglieva il denaro dal por- tafogli le mani gli tremavano dalla gioia e non faceva che ripetere: “Appena ci ha qualche cosa di buono, si ricordi
di noi… siamo disposti a pagare il venti e anche il trenta per cento più degli altri.”-


Da dove partire? Generalmente non amo abbandonare i libri a metà perché mi dà un senso di incompletezza, eppure questa volta ho dovuto proprio farlo: il tempo per leggere è sempre meno (il 21 inizio la maturità!) e quei ritagli dedicati alla lettura non mi andava proprio di sfruttarli per un romanzo oggettivamente interessante ma soprattutto oggettivamente pesante. Quindi le nostre strade si sono divise a pagina ottantacinque.

A non convincermi fin da subito ci ha pensato il personaggio di Cesira, protagonista e voce narrante. So che col progredire della lettura avrebbe avuto modo di evolversi caratterialmente e maturare, eppure tutto di lei, dalla volontà di ignorare la realtà della guerra chiudendosi nel proprio egoismo fino all’atteggiamento altezzoso, mi ha irritato profondamente potandomi a disprezzarla. Inoltre, il fatto che la vicenda sia presentata attraverso i suoi occhi giustifica bene quanto accennato all’inizio. 

Rosetta, la figlia, non da meno mi è purtroppo parsa eccessivamente stereotipata, nel bene quanto nel male, con la fragilità infantile e il pensiero volto a cose futili.

Solo Michele, entrato in scena quando ormai ero in procinto di abbandonare il romanzo, senza tuttavia impedirne l’accaduto, è stato l’unico a trasmettermi un minimo di empatia e a risultarmi convincente. Sembra infatti il solo in grado di comprendere cosa stia accadendo e di crearsi in merito un’ opinione argomentata validamente.

Per quanto riguarda lo stile, Moravia addotta Il linguaggi popolare e spesso divaga in lunghe descrizioni o in elenchi inutili allo sviluppo della trama. Non ho apprezzato nessuna di tali scelte, anche se il lessico semplice fa svanire in parte l’imponenza del’ autore e della lunghezza del libro.  

In conclusione, nella mia esperienza con “La Ciociara” sono mancati quasi del tutto il coinvolgimento emotivo, l’interesse, la curiosità, e pertanto lo consiglio esclusivamente a chi cerca una lettura impegnativa.

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