Recensione – Jack Frusciante è uscito dal gruppo

  • Autore: Enrico Brizzi
  • Genere: drammatico, sentimentale
  • Prima pubblicazione: 1994
  • Prezzo di copertina: 12€
  • Numero di pagine: 153
  • Casa editrice: Mondadori

Enrico Brizzi (Bologna, 20 novembre 1974) è uno scrittore italiano. Nel 1994 vince il concorso per nuovi narratori del mensile King (ERI Edizioni Rai) e nello stesso anno, non ancora ventenne, pubblica il suo primo romanzo Jack Frusciante è uscito dal gruppo, tradotto in ventiquattro paesi e divenuto film nel 1996. Si tratta, tanto dal punto di vista del successo commerciale quanto dell’impatto sul costume giovanile, di uno degli esordi più clamorosi nella narrativa italiana dal dopoguerra e narra la sua personale esperienza di vita, tra famiglia e amici, e lo si può identificare nel protagonista del romanzo.

Bologna, 1992. Alex D., diciassette anni, figlio modello della buona borghesia, decide di “uscire dal gruppo”, di rompere gli schemi, di fare un “salto” fuori dal “cerchio che ci hanno disegnato attorno”. In una parola, cresce. Lo fa attraverso le pedalate disperate su in collina, la musica furibonda dei Sex Pistols e dei Red Hot Chili Peppers, l’amore di Adelaide, la sofferenza per la perdita dell’amico Martino… Senza gesti eclatanti, Alex volta le spalle a tutto e a tutti, in nome di un presente libero e felice, di una umanissima richiesta di autenticità.

Tutto mi dice di essere forte, determinato negli scopi, capace di andare avanti nella Vita, ma se uno sente che è arrivato il momento di cambiare un po’ rotta o anche solo il bisogno di fermarsi a ragionare sul serio per proprio conto?

Voglio dire, e i cazzo di sette e mezzo in latino, per esempio, che da semplici strumenti sono diventati una specie di fine ultimo?…Insomma, a quanto ne so dovrei studiare per strappare un titolo di studio che a sua volta mi permetta di strappare un buon lavoro che a sua volta mi consenta di strappare abbastanza soldi per strappare una qualche cavolo di serenità tutta guerreggiata e ferita e massacrata dagli sforzi inauditi per raggiungerla. Cioè, uno dei fini ultimi è questa cavolo di serenità martoriata. Il ragionamento è cosi. Non ci vuole un genio.

E allora, perchè dovrei sacrificare i momenti di serenità che mi vengono incontro spontaneamente lungo la strada? Perché dovrei buttarli in un pozzo, se fanno parte anche loro del fine ultimo a cui tendere? Se un pomeriggio posso andare a suonare o uscire con una ragazza che mi piace, perchè cavolo devo starmene in casa a trascrivere le versioni dal traduttore o far finta di leggere il sunto di filosofia

La realtà è che mi trovo costretto a sacrificare il me diciassettenne felice di oggi pomeriggio a un eventuale me stesso calvo e sovrappeso, cinquantenne soddisfatto, che apre la porta del garage e dentro c’ha una bella macchina, una moglie che probabilmente gli fa le corna con il commercialista e due figli gemelli con i capelli a caschetto identici in tutto ai bambini nazisti della kinders. Tutti dentro al garage, magari no. Diciamo più o meno intorno. Cioè, circondato. Dunque la domanda è: un orrore di queste proporzioni vale più del sole e del gelato di oggi pomeriggio? Più di una qualunque ragazza?

L’impatto del titolo colpisce da subito il lettore: “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”. Vi si preannuncia una storia di anticonformismo, di ribellione, una rottura di stereotipi riguardo l’imposizione di determinati stili di vita. Siamo nella Bologna del 1992 e il diciassettenne Alex vede la propria quotidianità sconvolta dall’entrata in scena di Adelaide; una storia d’amore, la loro, che non è proprio una storia d’amore, ma più un sentirsi reciprocamente parte dell’altro, l’addomesticamento tra la volpe e il Piccolo Principe. Si parla di una relazione pressoché adolescenziale, basata sulla scoperta di se stessi, dei propri sogni, su speranze racchiuse nei libri, sentimenti intensi seppur effimeri e destinati a svanire con la partenza di Aidi per l’America.

Più che su una simbolica uscita dal gruppo il romanzo ruota quindi attorno ai due, ma lo fa piuttosto bene, rendendo l’intensità emotiva palpabile e l’elemento romantico quello meglio sviluppato. Deludente infatti l’ipotetico risvolto formativo: Alex riflette riguardo cosa vorrebbe e ciò che gli altri pretendono da lui, è un ragazzo dalle idee ferme e chiare, sente di non appartenere alla sfera borghese però non si capisce bene se ne esca e com. A questo proposito il personaggio di Martino offre grande potenziale ed emerge psicologicamente sugli altri, per poi venire tuttavia liquidato in fretta e furia quando invece proprio da lui si sarebbe potuto ricavare un ottimo elemento di svolta nella trama.

Al “vecchio Alex” si contrappone inoltre il “giovane Holden” di Sallinger. In una sorta di remake troviamo Peter Pan messi davanti all’esigenza di crescere, e come nell’opera statunitense anche quella italiana si chiude con un finale quasi modo inconcludente.

Dal punto di vista narrativo Enrico Brizzi mischia un linguaggio aulico a gergalismi, va giù pesante di kappa, lascia frasi aperte e conia nuovi termini tra i quali “mutter”, “frère de lait”, “punk parrocchiale”. Ambigua anche la struttura del romanzo, che si apre in un flusso di coscienza per dispiegarsi successivamente in tre sezioni di capitoli frammentati. Tutto sommato ciò non influisce comunque sul ritmo veloce.

Merita infine una menzione positiva la contestualizzazione, riuscita, in un’Italia di un’epoca passata; con le pedalate sui colli e il walk-man nelle orecchie, i Sex Pistols a cantare “No feelings ” e Rocky Balboa in tv.

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