Recensione – Sette minuti dopo la mezzanotte

Come al solito, il mio gradimento personale verso un libro e inversamente proporzionale alla recensione che ne ricavo. Vi consiglio quindi di leggere anche quella di Sofia, molto più bella e approfondita ūüôā

  • Autori: Patrick Ness, Siobhan Dowd
  • Genere: Drammatico
  • Prima pubblicazione: 2011
  • Prezzo di copertina:7,50€
  • Numero di pagine: 224 (con illustrazioni)
  • Casa editrice: Mondadori (Oscar Junior)

Patrick Ness (Fort Belvoir17 ottobre 1971) è uno scrittore britannico. È noto per avere scritto Sette minuti dopo la mezzanotte (A Monster Calls), dal quale è stato tratto l'omonimo film nel 2016 con la regia di Juan Antonio Bayona, e per la trilogia Chaos (Chaos Walking).

Siobhan Dowd (Londra, 4 febbraio 1960 – Oxford, 21 agosto 2007) è stata una scrittrice e attivista inglese. L'ultimo libro che ha completato, La bambina dimenticata dal tempo, uscito postumo, ha vinto la Carnegie Medal 2009 come miglior libro dell'anno per ragazzi o giovani adulti pubblicato nel Regno Unito. Purtroppo morì prima di completare il suo ultimo libro, Sette minuti dopo la mezzanotte, in originale A Monster Calls; il romanzo è stato infatti poi concluso da Patrick Ness. In Italia, il suo romanzo Il mistero del London Eye ha vinto nel 2012 il Premio Andersen come miglior libro per ragazzi oltre i 12 anni.

Il mostro si presenta a Conor sette minuti dopo la mezzanotte. Puntuale. Ma non è il mostro che Conor si aspettava, l'orribile incubo fatto di vortici e urla che lo tormenta ogni notte da quando sua madre ha iniziato le cure mediche. Questo mostro è diverso. È un albero. Antico come una storia perduta. Selvaggio come una storia indomabile. E vuole da Conor la cosa più pericolosa di tutte. La verità.

"C’era una volta un uomo invisibileGrazie ", cominciò il mostro, ma Conor teneva gli occhi fissi su Harry, "che s’era stufato di non essere visto da nessuno." Conor si mise a camminare. A camminare dietro a Harry. " Non che fosse davvero >

" Non che fosse davvero invisibile", disse il mostro, seguendo Conor, mentre i suoni della sala si spegnevano al loro passaggio. "Il fatto era che la gente si era abituata a non vederlo."

«Ehi!» fece Conor. Harry non si voltò. Né lo fecero Sully o Anton, anche se ridacchiavano mentre Conor accelerava.

" E se nessuno ti vede", disse il mostro, affrettando il passo anche lui," esisti davvero?"

"Sette minuti dopo la mezzanotte" fa paura, non tanto perché c'è un mostro quanto piuttosto per te tematiche presenti: infatti Conor ha a malapena tredici anni eppure deve affrontare il cancro terminale della madre,un branco di bulli e soprattutto la paura di diventare invisibile. Proprio il tema dell'invisibilità permea ogni pagina di una maniera angosciante, perché Conor ha bisogno di essere visto e considerato aldilà della situazione famigliare ma contemporaneamente non vuole ritrovarsi sotto gli occhi di tutti.

Ciò che tiene incollato il lettore alle pagine, oltre allo stile incalzante della narrazione, è la presenza di una "verità" che Conor medita ma non riesce a rivelare. Lo aiuterà un albero di tasso, raccontandogli delle storie in cui niente è come sembra. Spiega: "Le storie sono creature selvagge e indomite",. Proprio come questo libro, che qualunque cosa vi si possa dire non basterebbe a
rendergli giustizia. Semplicemente ti prende, ti coinvolge, ti fa ribollire il sangue di rabbia e, alla fine, ti fa piangere .

"Sette minuti dopo la mezzanotte" è un romanzo che erroneamente potrebbe apparire semplice, mentre in realtà si tratta di una lettura per niente leggera e difficile da esprimere a parole. "Quello che si pensa non conta. La sola cosa importante è ciò che si fa."

E io vi consiglio di agire leggendolo.

Recensione РDue volte a settimana 

  • Autore: Ernestto Valerio 
  • Genere: introspettivo, sentimentale 
  • Prima pubblicazione: 2016
  • Prezzo di copertina: 10€
  • Numero di pagine: 117
  • Casa editrice: PresentARTSI

Ernesto Valerio è nato a Lanciano nel 1983. Laureato in Comunicazione a L’Aquila e in Sociologia Economica a Trento, risiede e lavora a Mantova dopo aver iniziato la sua vita da adulto a Castiglione delle Stiviere. "Due Volte a Settimana" è il suo primo romanzo.

In America li chiamano junker. Uomini e donne che della ricerca di oggetti usati ne hanno fatto un vero e proprio lavoro. Svuotano cantine, si perdono tra mercatini dell'usato e fiere di varia natura: esperti nella valutazione di ciò che ha accompagnato, per un po', la quotidianità delle persone e che viene poi messo da parte, da dare via. Elio Toso, in America, potrebbe sarebbe uno di loro. Ma quello di Elio non è un vero e proprio lavoro. Quarantadue anni, di cui gran parte passati nella grande distribuzione, dopo aver trovato a vent'anni due sedie ed un tavolo “di valore” sul ciglio della strada, ha iniziato ad andare a caccia di oggetti da valutare e valorizzare, rubare al tempo e all'incuria delle persone. Da portare nella sua vita, o nella vita di altri. Testimoni di abitudini, di relazioni che si sono fermate, che sono cambiate, di momenti o di fasi concluse: tracce di vite, storie di uomini che ad Elio si affidano per fare ordine, inscatolare, conservare o eliminare. Piacevoli grovigli di identità. Monica ed Ennio, Stefania, Filippo, Louise, che con i loro oggetti riempiono il presente e la casa di Elio, obbligandolo a fare i conti con i suoi pezzi unici: con Serena, per esempio, o con Angelo. Soprattutto con Angelo, che nella vita di Elio entra, puntualmente, due volte a settimana.

Uno "junker", direbbero in America. Questo amore nostalgico non è un pensiero politico, non è un sentimento personale. Non sono l'unico che lo vive, ma non posso per questo dirmi parte di un gruppo: non ci sono, nel nostro "cercare"; identificazioni collettive, gruppi, associazioni,partiti: collezionare cose vecchie, cercare le cantine altrui, rovistare nel passato (sotto forma di oggetti) delle persone, è un fatto privato. È il desiderio di tornarea un tempo che non sia complicato come il nostro, un mondo che sembra più leggibile proprio, forse, grazie alla semplicità meccanica ed artigianale degli oggetti. E quindi, delle persone.

"Due volte a settimana" è qualcosa che non so bene come definire, perché non c'è una vera e propria trama. La narrazione si concentra invece attorno a due perni collegati: gli oggetti e Angelo, il padre del protagonista Elio. Elio, infatti, si ritroverà ad ascoltare storie di persone che ad un certo punto della propria esistenza sentono il bisogno di liberarsi da oggetti del passato, ma curioso è che in qualche modo tali racconti e tali oggetti offrono sempre l'appiglio per parlare di padri di famiglia. Quindi Elio, che senza rendersene conto ha messo Angelo in secondo piano nella propria vita, si ritroverà a meditare e a riflettere sul rapporto con il proprio, di padre.Se da un lato il soggetto può risultare interessante, a non convincermi molto è stato il modo in cui viene sviluppato. Va chiarito che il libro presenta una struttura abbastanza definita: una prima parte che guarda al presente, un'ultima parte che guarda al futuro e una parte di mezzo che guarda al passato. Ed è proprio la parte di mezzo quella che ho reputato eccessivamente pesante. Ho già sottolineato come "Due volte a settimana" sia pressoché privo di azione, di conseguenza al suo interno troviamo quasi esclusivamenteriflessioni. La seconda parte infatti raccoglie tutta una serie di capitoli incentrati sul già citato binomio personaggi/storie, che pur risultando stimolante l'ho trovato tirato un po' troppo per le lunghe. Ogni volta infatti l'autore si apre a vaste digressioni e descrizioni, quest' ultime non sempre essenziali allo svolgimento della vicenda. Nonostante il ridotto numero di pagine, dunque, la lettura da parte mia è proceduta lentamente.

D'altro canto due però i punti di forza del libro.

Innanzitutto la scrittura di Ernesto Valerio, veramente bella, pulita, elegante e versatile. Fin da subito ne sono rimasta piacevolmente colpita. E poi i personaggi, innumerevoli e tutti ben definiti, tratteggiati, ciascuno delineato anche attraverso l'escamotage degli oggetti, elemento indubbiamente più organale all'interno della narrazione.

In conclusione il mio giudizio è a metà, né completamente positivo e né completamente negativo. Mi sento di definirla come un'opera "di nicchia" ed è a questa nicchia, la stessa di Elio, che va il mio suggerimento di darvi una possibilità.

Recensione – Prima di domani (E finalmente ti dir√≤ addio)

Buon inizio agosto a tutti! :) 

  • Autrice: Lauren Oliver
  • Genere: drammatico, sentimentale, romantico
  • Prima pubblicazione: 2011
  • Prezzo di copertina: 16,50€
  • Numero di pagine: 428
  • Casa editrice: Piemme


Lauren Oliver è un'acclamata autrice che in America ha raggiunto i vertici delle classifiche. Sempre per Piemme Freeway è uscito "E finalmente ti dirò addio"; per Il Battello a Vapore "Il viaggio di Lili e Po" e "Splinders".

Cosa faresti se ti rimanesse solo un giorno da vivere? Dove andresti? Chi baceresti? Fin dove ti spingeresti per salvare la tua vita? Samantha Kingston ha tutto quello che si potrebbe desiderare: un ragazzo che tutte invidiano, tre amiche fantastiche, la popolarità. E venerdì 12 febbraio sarà un altro giorno perfetto nella sua meravigliosa vita. Invece Sam morirà tornando in macchina con le sue amiche da una festa. La mattina dopo, però, Samantha si risveglia nel suo letto: è di nuovo il 12 febbraio. Sospesa fra la vita e la morte, continuerà a rivivere quella sua ultima giornata comportandosi ogni volta in modo diverso, cercando disperatamente di evitare l’incidente. 

Dicono che appena prima di morire la vita ti scorre davanti agli occhi in un lampo, ma a me non è andata così. In tutta sincerità, avevo sempre pensato che la storia del momento fatale in cui rivedi la tua vita come un film fosse davvero atroce. Certe cose è meglio che restino morte e sepolte, come direbbe mia madre. Sarei felice di scordare tutta la quinta elementare, per esempio (il periodo “occhiali e apparecchio”), e ditemi, qualcuno vorrebbe davvero rivivere il primo giorno di scuola media? Aggiungete le vacanze con la famiglia più noiose, le lezioni di algebra inutili, il mal di pancia per le mestruazioni e i pessimi baci a cui sono sopravvissuta per un pelo.

ATTENZIONE: lieve spoiler!

Dietro la vita apparentemente perfetta di Samantha si celano in realtà numerose insicurezze: la paura di tornare ad essere considerata una sfigata, un ragazzo che forse non ama davvero, una migliore amica non propriamente perfetta, il tema del bullismo. Sono tutti elementi che rendono "Prima di domani" un romanzo vicino agli adolescenti e da Lauren Oliver mescolati a una trama avvincente: cosa faresti se ti venisse data l'opportunità di rimediare alla tua morte?

Due le caratteristiche principali subito evidenti: lo stile e la caratterizzazione di Sam.

Conformemente al genere l'autrice adopera un registro fresco, scorrevole e colloquiale, senza risultare elementare. Tuttavia spesso si lancia in descrizioni a mio parere ridondanti ed eccessivamente stucchevoli, non giovanti al ritmo della narrazione. 

La caratterizzazione di Sam è invece un punto alquanto complesso: inizialmente ci appare come una ragazza superficiale, frivola, antipatica, una pedina del successo incapace di pensare con la propria mente. Ciò ha reso dapprima difficile il mio coinvolgimento emotivo. Dopo la propria morte, però, Samantha inizia a guardarsi indietro con occhio critico e distaccato, considerando gli eventi e le persone da una prospettiva diversa. Piano piano avviene dunque un radicale capovolgimento del personaggio, perfettamente riuscito in quanto graduale e e quindi convincente. A non soddisfarmi del tutto è stato però lo lei e la migliore amica Linsday. Linsday è in parte responsabile della morte di Sam e quando Sam se ne rende conto inevitabilmente tronca con lei ogni rapporto, sentendone comunque la nostalgia e riprendendone così i contatti. Eppure Linsday è una bulla, lo è stata anche con Sam, ma Sam tende a dimenticarne l'aspetto drastico. In fondo anche Linsday incarna un personaggio tutt'altro che scontato e interessante, non bianco, non nero, e con una doppia personalità. Avrei comunque preferito un ulteriore approfondimento riguardante la loro amicizia.

Altro elemento essenziale è Juliet, ragazza vittima di bullismo. Attraverso la sua storia entriamo in contatto con il lato più drammatico della vicenda, nonché il più verosimile. Juliet mostra a Sam e al lettore una realtà difficile e invita a riflettere sulle conseguenze delle nostre azioni. Davvero un ottimo lavoro.

In conclusione, "Prima di domani" tutto sommato si distingue e in esso il lieto fine non è da considerarsi così certo. 

Recensione – Zia Mame

  • Autore: Patrick Dennis
  • Genere: comico, sentimentale 
  • Prima pubblicazione: 1955
  • Prezzo di copertina: 12,00€
  • Numero di pagine: 354 + postfazione di 26 pagine 
  • Casa editrice: Adelphi


Patrick Dennis, pseudonimo maggiormente noto di Edward Everett Tanner III (Evanston, 18 maggio 1921 – New York, 6 novembre 1976), è stato uno scrittore statunitense. 

La vita privata di Patrick Dennis fu particolare e per certi versi rocambolesca. Noto per i suoi comportamenti sopra le righe e per il vizio di spogliarsi in pubblico nei contesti meno adatti[1], il 30 dicembre 1948 sposò l'aristocratica Louise Stickney (da cui ebbe anche due bambini), ma in seguito fu anche al centro di relazioni omosessuali divenendo popolare sulla scena gay del Greenwich Village di New York (proprio come il suo personaggio Zia Mame era diventata un'icona gay ante litteram).

Dopo varie vicende che lo portarono a perdere tutto il patrimonio accumulato durante la sua carriera di scrittore, trascorse l'ultima parte della sua vita servendo come maggiordomo (in incognito) in California.

Immaginate di essere un ragazzino di undici anni nell’America degli anni Venti. Immaginate che vostro padre vi dica che, in caso di sua morte, vi capiterà la peggiore delle disgrazie possibili, essere affidati a vostra zia – che non conoscete. Immaginate che vostro padre – quel ricco, freddo bacchettone di vostro padre – poco dopo effettivamente muoia, nello spogliatoio del suo golf club. Immaginate di venire spedito a New York, di suonare all’indirizzo che la vostra balia ha con sé, e di vedervi aprire la porta da una gran dama leggermente equivoca, e soprattutto giapponese. Ancora, immaginate che la gran dama vi dica «Ma Patrick, caro, sono tua zia Mame!», e di scoprire così che il vostro tutore è una donna che cambia scene e costumi della sua vita a seconda delle mode che regolarmente anticipa. A quel punto avete solo due scelte, o fuggire in cerca di tutori più accettabili, o affidarvi al personaggio più eccentrico, vitale e indimenticabile che uno scrittore moderno abbia concepito, e attraversare insieme a lei l’America dei tre decenni successivi in un foxtrot ilare e turbinoso di feste, amori, avventure, colpi di fortuna, cadute in disgrazia che non dà respiro – o dà solo il tempo, alla fine di ogni capitolo, di saltare virtualmente al collo di zia Mame e ringraziarla per il divertimento.

La porta dell’ascensore si aprì, ci lasciò uscire, e si richiuse alle nostre spalle. Eravamo soli.

“Maria Vergine, l’antro del demonio!” esclamò Norah.

In effetti, ci trovavamo in un ingresso con le pareti nere come la pece. L’unico lume proveniva dagli occhi gialli di un bizzarro idolo pagano con due teste e otto braccia, appoggiato su un piedistallo di tek. Di fronte a noi c’era una porta rosso lacca. Non sembrava la casa di una signora spagnola. Anzi, non sembrava proprio una casa.

Anche se avevo ormai dieci anni, mi aggrappai alla mano di Norah.

“Oh Dio, è come il gabinetto delle signore all’Oriental Theater, vero o no?” gemette lei.

Subito dopo si attaccò al campanello, e quando la porta si aprì non riuscì a trattenere un gridolino:

“Dio mio, un cinese!”M

[…]

“Ma scusi, perché non mi ha detto che arrivavate oggi? Non mi sarei neanche sognata di dare una festa!”

“Veramente, signora, le ho mandato un telegramma”.

“Sì, ma nel telegramma si diceva che sareste arrivati il 1° luglio, domani. Oggi è solo il 31 giugno…”

Norah scosse la testa con aria grave. “Veramente, signora, oggi è il 1° luglio, mannaggia a me”.

La signora esplose in una risata argentina: “Su, non facciamoci ridere dietro, lo sanno anche i bambini : “Trenta dì conta novembre, con april, giugno e …”. Oh santo cielo”. Pausa. “Ma caro,” disse con aria melodrammatica “allora io sono tua zia Mame!”.

Spesso ho letto commenti entusiasti su questo romanzo, senza capire bene di cosa parlasse, e dopo averlo terminato anche io non posso che darvi ragione! 

Mame Dennis è una donna tutt'altro che tradizionale: legge Proust, Marx, Freud, va a teatro, possiede un'infinità di vestiti, gioielli, e ha più soldi di quanti riesca a spenderne. Addirittura, quando dopo la morte del fratello si ritrova a dover crescere il nipote Patrick, il primo provvedimento che prende è quello di iscriverlo in una scuola dove gli alunni girano completamente nudi. Proprio Patrick ci narra, attraverso undici racconti cronologici, la vita di zia Mame e le sue stramberie

Contribuisce al coinvolgimento emotivo anche l'interazione di personaggi fittizi con eventi storici reali, quali la Grande Depressione o la Seconda Guerra Mondiale. Tali incontri non solo determinano in maniera rilevante l'andamento della trama, ma permettono inoltre di riflettere sulle conseguenze concrete da essi scaturite e contribuiscono a formare dei profili psicologici tridimensionali.

La storia copre infatti un arco di trent'anni e non si può rimanere indifferenti all'evoluzione di Mame, Patrick e del loro rapporto.

Il personaggio della zia irrompe fin dall'inizio come una figura devastante, impetuosa, abbagliante e capace di spiccare sulle numerose personalità popolanti Il romanzo; tanto che quando Patrick cresce e acquista centralita nelle vicende, paradossalmente diventa anche un personaggio poco interessante. Si percepisce molto la mancanza di Mame, che continua a riverire il nipote nonostante quest'ultimo si ponga spesso con lei in atteggiamento provocatorio e conflittuale. 

Dal suo canto Mame invecchia. È brutto da dire ma è così: invecchia. La conosciamo nel 1929 durante una festa e quando il libro si chiude, negli anni '50, ha ormai i capelli grigi. Ma sta dando di nuovo una festa. Perché Mame non cambia mai, Mame è davvero uno di quei personaggi che alla fine ti spiace salutare. 

Il mio consiglio è dunque di non lasciarsi spaventate dalla mole di quasi quattrocento pagine: scorrono lisce come l'olio.

Recensione РI misteri di Sherlock Holmes 

  • Autore: Arthur Conan Doyle
  • Genere: raccolta di racconti, giallo 
  • Prima pubblicazione: 2016
  • Prezzò di copertina: 8,08€
  • Numero di pagine: 350 + contenuti extra 
  • Casa editrice: Mondadori (Oscar Junior)

Sir Arthur Ignatius Conan Doyle (Edimburgo, 22 maggio 1859 – Crowborough, 7 luglio 1930) è stato uno scrittore scozzese, considerato, insieme ad Edgar Allan Poe, il fondatore di due generi letterari: il giallo e il fantastico. In particolare è il capostipite del sottogenere noto come giallo deduttivo, reso famoso dal personaggio dell'investigatore Sherlock Holmes. La produzione dello scrittore tuttavia spazia dal romanzo d'avventura alla fantascienza, dal soprannaturale ai temi storici.

Come può Sherlock Holmes appassionare ancora? Il suo personaggio più acclamato, alla faccia di tutti, continua a riscuotere successo. La risposta potrebbe essere elementare, ma il punto è che Sherlock Holmes sa osservare. Capacità rara, soprattutto oggi che i nostri occhi sono abituatia pascolare sui monitor di palmari e cellulari, mentre intorno a noi il mondo accade.

Dalla Prefazione di Lorenza Ghinelli)

"Bene, bene, caro Watson, sia fatta la sua volontà. Da anni dividiamo la stessa stanza, e sarebbe davvero divertente se dovessimo finire per dividere la stessa cella. Lo sa, Watson, non mi importa confessarle che ho sempre pensato che avrei potuto essere un criminale con i fiocchi. Ed ecco che mi si offre l'occasione di sviluppare le mie tendenze in questo senso. Guardi un po'! […] Possiede per caso un paio di scarpe silenziose?

""Ho un paio di scarpe da tennis con la suola di gomma."

"Ottimamente. E una maschera?"

"Posso fabbricarne un paio con della della seta nera."

"Mi pare che anche lei possieda una forte inclinazione naturale per questo genere di passatempi![…]"

Prima o poi sarebbe arrivato il momento di leggere anche Sherlock Holmes, investigatore inglese maestro del giallo ottocentesco e presenza obbligatoria nella libreria di un un appassionato giallista. 

Nonostante la buona volontà, confesso che inizialmente ho trovato tale raccolta di racconti abbastanza lenta. Probabilmente mi aspettavo qualcosa di diverso, più azione, mentre invece il libro si apre con "La faccia gialla", storia interessante ma dal finale alquanto inusuale. C'è voluto un po' prima di familiarizzare con lo stile di Doyle e il suo bagaglio di personaggi, riuscendoci all'incirca poco dopo la metà.  

D'altra parte sin da subito mi ha positivamente colpita la figura di Holmes e il rapporto detenuto con Watson. In particolare ho apprezzato i 'abilità di Sherlock nel riuscire a scoprire più aspetti di una persona semplicemente partendo dall'osservazione di un oggetto, e l'atteggiamento bonario e quasi confidenziale con cui spesso si rivolge al collega. Più che alle avventure in sé, il successo di tali racconti è dunque secondo me dovuto principalmente ai protagonisti. 

In conclusione forse sarebbe stato meglio iniziare con un romanzo vero e proprio, ma tutto sommato non mi è dispiaciuta come prima esperienza.

Recensione – La Ciociara

  • Autore: Alberto Moravia
  • Genere: drammatico, sentimentale 
  • Prima pubblicazione: 1957
  • Prezzo di copertina: 9,00€
  • Numero di pagine: 314
  • Casa editrice: Bompiani 


Alberto Moravia, pseudonimo di Alberto Pincherle (Roma, 28 novembre 1907 – Roma, 26 settembre 1990), è stato uno scrittore, giornalista, saggista, drammaturgo, reporter di viaggio e critico cinematografico italiano.

Considerato uno dei più importanti romanzieri del XX secolo, ha esplorato nelle sue opere i temi della sessualità moderna, dell'alienazione sociale e dell'esistenzialismo.

Salì alla ribalta nel 1929 con il romanzo Gli indifferenti, e pubblicò nella sua lunga carriera più di trenta romanzi. I temi centrali dell'opera di Moravia sono l'aridità morale, l'ipocrisia della vita contemporanea e la sostanziale incapacità degli uomini di raggiungere la felicità. La sua scrittura è rinomata per lo stile semplice e austero, caratterizzato dall'uso di un vocabolario comune inserito in una sintassi elegante ed elaborata.

"La ciociara" è la storia delle avventure di una madre e una figlia, costrette dal caso a passare un anno nelle prossimità del fronte del Garigliano tra il 1943 e il 1944. Ma "La ciociara" è anche e soprattutto la descrizione di due atti di violenza, l'uno collettivo e l'altro individuale, la guerra e lo stupro. Dopo la guerra e dopo lo stupro né un paese né una donna sono più quello che erano prima. Un cambiamento profondo è avvenuto, un passaggio si è verificato da uno stato di innocenza e di integrità a un altro di nuova e amara consapevolezza. D'altra parte tutte le guerre che penetrano profondamente nel territorio di un paese e colpiscono le popolazioni civili sono stupri. "La ciociara" non è un libro di guerra nel senso tradizionale del termine; è un romanzo in cui è narrata l'esperienza umana di quella violenza profanatoria che è la guerra.

Durante quell'estate si fecero molti affari, la gente aveva paura e ammucchiava la roba in casa e non gli pareva
mai abbastanza. C'era più roba nelle cantine e nelle di-
spense che nei negozi. Ricordo che un giorno portai un
prosciutto da una signora, dalle parti di via Veneto. Abita-
va in un bel palazzo, mi venne ad aprire un cameriere in li-
vrea e io avevo il prosciutto nella solita valigia di fibra e la signora, tutta bella e profumata, con tanti gioielli addosso
che pareva la Madonna, mi venne incontro nell'anticame-
ra e dietro di lei c'era il marito, un piccoletto grasso e la si- gnora quasi mi abbracciava dalla gratitudine dicendomi:
"Cara… o cara… venga da questa parte, si accomodi… venga, venga." Io la seguii in un corridoio e la signora aprì la porta della dispensa e allora vidi davvero ogni ben di Dio.
C'era più roba là dentro che in una pizzicheria. Era un camerotto senza finestra con tanti scaffali giro giro e sugli scaffali si vedevano disposte qui una fila di scatole grosse, di quelle da un chilo, di sardine all'olio, lì altro scatolame fino, americano e inglese e poi tanti pacchi di pasta, e sac- chi di farina e di fagioli e vasi di confettura e almeno una decina tra prosciutti e salami. Io dissi alla signora: "Signora, lei qui ci ha da mangiare per dieci anni." Ma lei rispose: "Non si sa mai." Misi il prosciutto accanto agli altri e il marito lì per lì mi pagò e mentre toglieva il denaro dal por- tafogli le mani gli tremavano dalla gioia e non faceva che ripetere: "Appena ci ha qualche cosa di buono, si ricordi
di noi… siamo disposti a pagare il venti e anche il trenta per cento più degli altri."-

Da dove partire? Generalmente non amo abbandonare i libri a metà perché mi dà un senso di incompletezza, eppure questa volta ho dovuto proprio farlo: il tempo per leggere è sempre meno (il 21 inizio la maturità!) e quei ritagli dedicati alla lettura non mi andava proprio di sfruttarli per un romanzo oggettivamente interessante ma soprattutto oggettivamente pesante. Quindi le nostre strade si sono divise a pagina ottantacinque.

A non convincermi fin da subito ci ha pensato il personaggio di Cesira, protagonista e voce narrante. So che col progredire della lettura avrebbe avuto modo di evolversi caratterialmente e maturare, eppure tutto di lei, dalla volontà di ignorare la realtà della guerra chiudendosi nel proprio egoismo fino all'atteggiamento altezzoso, mi ha irritato profondamente potandomi a disprezzarla. Inoltre, il fatto che la vicenda sia presentata attraverso i suoi occhi giustifica bene quanto accennato all'inizio. 

Rosetta, la figlia, non da meno mi è purtroppo parsa eccessivamente stereotipata, nel bene quanto nel male, con la fragilità infantile e il pensiero volto a cose futili.

Solo Michele, entrato in scena quando ormai ero in procinto di abbandonare il romanzo, senza tuttavia impedirne l'accaduto, è stato l'unico a trasmettermi un minimo di empatia e a risultarmi convincente. Sembra infatti il solo in grado di comprendere cosa stia accadendo e di crearsi in merito un' opinione argomentata validamente.

Per quanto riguarda lo stile, Moravia addotta Il linguaggi popolare e spesso divaga in lunghe descrizioni o in elenchi inutili allo sviluppo della trama. Non ho apprezzato nessuna di tali scelte, anche se il lessico semplice fa svanire in parte l'imponenza del' autore e della lunghezza del libro.  

In conclusione, nella mia esperienza con "La Ciociara" sono mancati quasi del tutto il coinvolgimento emotivo, l'interesse, la curiosità, e pertanto lo consiglio esclusivamente a chi cerca una lettura impegnativa.

Recensione РNon ditelo allo scrittore 

E dopo l'intervista all'autrice,  ecco la recensione del libro! Divorato in quattro giorni ❤️ .

  • Autrice: Alice Basso
  • Genere: giallo, introspettivo, romantico, sentimentale, comico, commedia 
  • Prima pubblicazione: 2017
  • Prezzo di copertina: 16,90€
  • Numero di pagine: 340
  • Casa editrice: Garzanti


Alice Basso è nata nel 1979 a Milano e ora vive in un ridente borgo medievale fuori Torino. Lavora in una casa editrice. Nel tempo libero finge di avere ancora vent’anni e canta in una band di rock acustico per cui scrive anche i testi delle canzoni. Suona il sassofono, ama disegnare, cucina male, guida ancora peggio e di sport nemmeno a parlarne. Per Garzanti ha pubblicato anche "L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome" e "Scrivere è un mestiere pericoloso".

Questa volta, il compito affidato a Vani dal direttore della sua casa editrice è una vera e propria sfida: deve scovare un suo simile, un altro ghostwriter che si cela dietro uno dei più importanti romanzi della letteratura italiana. Solo lei può farlo uscire dall’ombra. Ma per renderlo un comunicatore perfetto, lei che ama solo la compagnia dei suoi libri e veste sempre di nero, ha bisogno del fascino ammaliatore di Riccardo. Lo scrittore che le ha spezzato il cuore, ora è pronto a tutto per riconquistarla. Intanto il commissario Berganza è sicuro che Vani sia l’unica a poter scoprire come un boss agli arresti domiciliari riesca comunque a guidare i suoi traffici. Ma non è l’unico motivo per cui desidera averla vicino. E quando la vita del commissario è in pericolo, Vani rischia tutto per salvarlo.

Invecchiare non serve a un accidente. Non ti aspettare granché dallo scorrere del tempo.

Continuerai a sentirti fuori posto e a non capire come funziona gran parte del mondo. Continuerai a scoprire che c’è gente a cui non piaci senza che tu sappia bene cos’hai fatto di male, e dovrai imparare a conviverci. Continuerai a scontrarti con regole sociali che nessuna autorità che pure potrai aver acquisito ti darà mai la facoltà di ignorare del tutto. Continuerai a voler essere diversa, a essere fiera di essere diversa, e allo stesso tempo a dispiacerti, sotto sotto, che gli altri non siano uguali a te o, peggio ancora, che nemmeno vogliano esserlo. E se, come credo, sei un po’ come me, continuerai a provare la tentazione di scappare e di trovare rifugio in un mondo di carta che però a un certo punto non ti basterà più – spero solo che tu non lo capisca troppo tardi. Quindi comincia subito a trovare il tuo modo per sopravvivere a tutte queste cose, Vani, perché il passare del tempo da solo potrebbe non bastare a darti la ricetta.

Ciò che vi state apprestando a iniziare non è una recensione ma più che altro un vero e proprio flusso di coscienza, perché quando leggo, sopratutto quando leggo qualcosa che mi piace, ci metto davvero tutta me stessa e non potrei mai liquidare un libro dicendovi solamente che ha un bel ritmo e personalità approfondite 

Basta conoscermi anche solo un poco per sapere che io amo i romanzi di Alice Basso, che posso leggerne cento pagine al giorno senza provare la minima fatica, e dopo una serie di riflessioni sono giunta alla conclusione che tale situazione sia dovuta al mio attaccamento per i personaggi, Vani sopratutto. Quando il giorno dell'uscita ho impugnato "Non ditelo allo scrittore" per la prima volta, la sensazione è stata quella di essere finalmente tornata a casa dopo un sacco di tempo. Ed è stato bellissimo. Mi mancavano le battute di Vani, la sua arguzia, la sua intelligenza, la sua sfrontatezza, mi mancava Berganza e la sua aria da Sherlock Holmes, il rapporto quasi paternale detenuto con Vani e che per tante pagine ho sperato si risolvesse in qualcosa di più, mi sono mancati Morgana, Ivano e persino Riccardo ed Enrico. Ripeto, è stato bellissimo tornare a leggere di loro e ritrovarli tutti lì, insieme appassionatamente. 

Credo di venerare questa serie al punto di alienarmici dentro perché inconsciamente sento di condividere con Vani, al di là della passione per la lettura, la scrittura e per Berganza, oltre che la tendenza a sparare battute nei momenti di disagio, anche il suo senso di trovarsi costantemente fuori posto. Vani potrà infatti sembrare una dura, una che se ne frega di ciò che la gente pensa di lei, e invece sotto sotto è sottomessa come chiunque al potere delle emozioni. A proposito di sottomissione, adoro di Vani il suo non dover vivere esclusivamente in funzione di un uomo dimostrandosi invece una donna indipendente e quando serve, scusate il francesismo, una donna con le palle. 

Che poi Alice Basso possieda uno stile incalzante e una buona dose di sarcasmo e ironia, beh, male di certo non fa. 

Confesso infine che l'ultimo capitolo l'ho trovato davvero spettacolare e alla fine non ho potuto che piangere di gioia. Poi però mi è presa quella serie di domande che accomunano i fan di una saga: cosa farò quando terminerò l'ultimo libro? Come potrò continuare a vivere un'esistenza felice sapendo che non ne usciranno più? È vero: un libro si può sempre rileggere. Ma la rilettura toglie in parte la suspence e la sorpresa originaria e volentieri mi farei cancellare la memoria dei libri della Basso per incominciare nuovamente la stessa esperienza. (Mancano ancora due anni, comunque prima che la pentologia si concluda… quindi sono proprio io ad avere qualche piccolo problema di gestione dell'ansia). 

Quindi beh, ecco mi è piaciuto. 

Recensione – L’equazione di Cassandra

Oggi vi propongo la recensione di un libro gentilmente inviatomi dall'autore stesso, che colgo l'occasione per ringraziare nuovamente :) 

  • Autore: Lorenzo Quadraro
  • Genere: sentimentale, drammatico, introspettivo 
  • Prima pubblicazione 2016
  • Prezzo di copertina: 16€
  • Numero di pagine: 346
  • Casa editrice: Viola edizioni 
  • Acquistabile qui


Lorenzo Quadraro si occupa di consulenze legali e formazione aziendale. Collabora inoltre nella produzione di progetti artistici e cortometraggi.

Giulio Cervi ha 25 anni, è uno studente universitario alla facoltà di Fisica e sta per laurearsi con una tesi su uno degli argomenti più misteriosi dell'astrofisica: i buchi neri. Il suo obiettivo è vincere una borsa di studio per un dottorato di ricerca ed emigrare in California all'università di Berkeley.

Adele è una giovane italo-lituana, è bellissima e lavora come ballerina di lap dance all'interno di un locale notturno. Le sue giornate incominciano al tramonto e finiscono prima che si alzi il sole.

Ilaria De Nardo ha 32 anni, madre single, lavora come guardia giurata. Sua figlia Alice ha una rara forma di tumore al cervello. Salvare la sua bambina è la sua preoccupazione principale ed è disposta a tutto pur di salvarla, anche a uccidere.

E chi è Cassandra, una giovane ragazza venuta da lontano per fare luce su una vicenda accaduta nel passato?


https://www.youtube.com/watch?v=aqgxpiodU40

La guardava sorridere e sembrava davvero contento o quantomeno serena, come una normale studentessa della sua età che prepara una tisana prima di mettersi a studiare per un esame e ripetere a voce alta con un’amica. Invece era una spogliarellista e ancora non riusciva a capire per quale motivo avesse deciso di frequentarlo al di fuori di quel locale, dove solitamente le ragazze vedono gli uomini solo come sorgenti di denaro, da buttare via una volta che hanno terminato le loro risorse. C’era qualcosa di particolare in lei, anche quel bacio che si erano dati, aveva un significato e ancora non ne avevano parlato. Forse non c’era niente da dire, ma lui continuava a pensarci e in quel momento non sapeva bene cosa fare. Quella ragazza era come un piacevole mistero, al quale desiderava ardentemente avere accesso.

C'è una frase di Raymond Queneau che a mio parere si adatta bene a "L'equazione di Cassandra": C'est en écrivant qu'on devient écriveron. "Ecriveron" non significa nulla, ma il senso della frase è che solo scrivendo si può diventare scrittori. Azzarderei infatti affermare che nel corso della storia l'autore abbia maturato il proprio stile. Tanto per cominciare, all'inizio troviamo numerose ripetizioni. Per esempio 

  • "Faceva caldo, molto caldo, tuttavia il giardino di quella casa comunicava una sensazione fresca e rassicurante al tempo stesso. Era tenuto molto bene ed era chiaro che la persona che se ne prendeva cura ci sapeva fare con le piante. Ma non si trattava solamente di esperienza, Cassandra aveva l’impressione che l’uomo che abitava in quella casa amasse gli alberi e la natura in generale. In quel momento si trovava a molti chilometri di distanza da casa[…]"

Similmente, un altro dettaglio ripetuto, ma più futile, è la presenza di numerosi personaggi biondi. Ovviamente si tratta di una piccolezza, tuttavia ha rafforzato la prima impressione che la storia pensasse in originalità. 

Col procedere della lettura lo stile perde però artificiosità e in particolare trovo sia stato fatto un ottimo lavoro con i dialoghi, quasi sempre verosimili e non forzati. Occasionalmente i personaggi, Giulio in particolare, si lanciano in digressioni e nozionismi fini a se stessi che possono certamente risultare interessanti una volta che la trama ha preso il volo, ma in caso contrario si corre il rischio di appesantire eccessivamente la lettura. Proprio Giulio mi ha ispirato poca empatia: bello, intelligente, educato, responsabile, perfetto, se non consideriamo il vizio di fumare marijuana. Adele appare inoltre una sua versione al femminile, anche se personalmente trovo abbia avuto una marcia in più grazie al segreto accennato già dalla sinossi. Nemmeno Elisa mi ha convinta del tutto in quanto la sua caratterizzazione la vedrei più appropriata a una bambina di sette/otto anni piuttosto che di dieci. Ad alleggerire la narrazione ci hanno comunque pensato Tommaso (là cui scomparsa nell'ultima parte mi è dispiaciuta, dato che avrei volentieri letto della sua reazione alla serie di eventi finali) e il professor Tancredi.

La prima parte è quindi scivolata via a fatica, al contrario delle ultime due. Dall'entrata in scena di Ilaria si respira un cambiamento talmente tanto radicale da suscitare seriamente l'impressione di star leggendo un altro libro. Lo stile diventa improvvisamente avvincente, il lessico più schietto, il ritmo incalzante, appare insomma un taglio completamente diverso e non si può non venirne risucchiati e amare Ilaria sin dalla sua comparsa. Si tratta del mio personaggio preferito e mi piace inquadrarlo come un omaggio alla forza delle donne. Spettacolare infatti il modo in cui riesce a prendere in mano la propria vita pur di salvare quella della figlia e ho riscontrato in lei una vera e propria evoluzione sia fisica che caratteriale.

Il finale si è rivelato spiazzante e in alcune parti ho sentito la necessità di staccare per evitare un eccessivo coinvolgimento emotivo. Davvero molto bello e toccante.

In conclusione, "L'equazione di Cassandra" è un esordio più che buono e si nota chiaramente l'impegno dell'autore dietro ogni singola dettaglio. Peccato solo per l'inizio faticoso,. 

Recensione РAmmare _ Vieni con me a Lampedusa 

  • Autori: Alberto Pellai, Barbara Tamborini
  • Genere: romanzo di formazione, attualità, sentimentale, romantico 
  • Prima pubblicazione: 28 marzo 2017
  • Prezzo di copertina: 12,90€
  • Numero di pagine: 249
  • Casa editrice: DeAgostini


Alberto Pellai è medico, psicoterapeuta dell'età evolutiva e ricercatore presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Milano, si occupa di prevenzione in età evolutiva. Conduce corsi di formazione per genitori e docenti, e nel 2004 ha ricevuto dal Ministero della Salute la medaglia d’argento al merito della sanità pubblica. È autore di molti volumi, tra cui alcune favole per bambini

Barbara Tamborini è psicopedagogista, autrice di numerosi testi educativi per l'età evolutiva, da anni conduce laboratori nella scuola primaria e secondaria. È stata referente del progetto «Le parole non dette» in molte scuole della provincia di Varese e di Milano.

Mattia ha quattordici anni, Caterina tredici. Entrambi hanno mille domande e poche risposte: sul mondo, sul futuro, su di sé. Le loro strade si incrociano. Prima, quasi per caso, nella vita reale. Poi di proposito, tra le righe di un blog – vieniconmealampedusa.it – che è Mattia stesso a curare, sotto falsa identità. Lì, infatti, è Franz, un ragazzo che vuole sensibilizzare il mondo sul destino dei migranti. L'idea è nata da una ricerca per la scuola: lui che si nasconde dietro una massa di ricci disordinati, lui che ha una lista di sogni ben custodita nel cassetto, lui che non si è mai messo davvero in gioco sente di dover fare qualcosa. Per tutti coloro che attraversano il Mediterraneo cercando una speranza, e anche per sé stesso. Così Mattia trova il coraggio di urlare, di lasciare il segno. E invita un politico a trascorrere una settimana con lui in un centro per migranti. Forse questo non accadrà, forse nessuno risponderà mai al suo appello, ma poco importa. Perché quello che Mattia troverà, grazie al suo blog, è molto di più. È la forza di alzare lo sguardo, la certezza di non essere solo. E un'amica speciale, come Caterina.

«Alice» riprende Mattia, porgendole due bottiglie piene «versa quest'acqua nella bacinella»

Poi estrae una barchetta di carta dalla zaino e prosegue rivolto ala classe «Pensate alle persone che avete citato nel biglietto. Chiudete gli occhi e provate a visualizzarle, Immaginate di trovarvi insieme a loro in un bel posto e di essere felici» […] 

E adesso immaginate di sentire un colpo fortissimo. […] Non avete idea di cosa stia succedendo, ma sapete di essere in pericolo. […] Correte verso il porto. È l'unica via per mettersi in salvo. Magari anche i vostri familiari stanno facendo lo stesso. Arrivate vicino al molo e scoprite che siete in tantissimi e che di certo non riuscirete a partire tutti. Molti dovranno restare a terra e trovare il modo di sopravvivere. Continuate a cercare aiuto e finalmente vi offrono la possibilità di salire su un barcone già stracolmo. Ma c'è posto solo per uno. Bisogna decidere in fretta. Guardate la persona più importante della vostra vita negli occhi e poi la abbracciate forte, promettendole che farete di tutto per raggiungerla al più presto. Le lasciate quell'unico posto perché le volete così bene da sacrificare la vostra vita. […]» La barchetta oscilla un po' sulla superficie, poi il peso dei foglietti inizia a farle imbarcare acqua. Tutti i compagni fissano la cattedra. In silenzio. La barchetta di carta lentamente si piega. Alcuni fogli cadono fuori e restano a galleggiare in superficie, altri si inzuppano e poco dopo vanno a fondo. Alla fine l'intera barca sprofonda e va ad adagiarsi sul fondo della bacinella. […]

«Non si sa com'è successo. Forse ha urtato qualcosa. O forse si è avvicinata un'altra barca. Qualcuna ha gridato: "Siamo salvi!" E tutti si sono sporti verso la salvezza, troppo in fretta, tutti insieme. La barca non ha retto. Quella notte i superstiti tratti in salvo erano ventotto. Ventotto su settecento o forse addirittura novecento. Ventotto sono pochi per sperare che la persona per voi più cara sìa tra di loro. […] 

Poi, dopo molti mesi, qualcuno decide che bisogna recuperare la nave e i corpi delle vittime, per seppellirli degnamente. […] Pensate ai vostri cari, pensate ai soldi che sono stati spesi e pensate a tutti quelli che sognano ancora di salpare con un barcone di fortuna e vi chiedete: "Cosa posso fare io in tutto questo?"»'


C'è stato qualcosa, in questo libro, che mi ha attratta fin da subito. Vuoi per la copertina indubbiamente toccante, vuoi per il sottotitolo decisamente fuori dall'ordinario: "Vieni con me a Lampedusa". Non è difficile immaginare quale sia l'argomento principale e la presa di posizione in merito. Va apprezzato il fatto che un tema così complesso come quello dell'immigrazione sia stato esplorato attraverso gli occhi di un ragazzo, tra l'altro insicuro, timido, con i suoi dubbi e le sue paure ma anche con la voglia di riuscire e di dimostrare il proprio valore. Cosa fa, quindi, Mattia? Crea un blog in cui chiede che un rappresentante del governo visiti con lui un centro di accoglienza per migranti. Nel frattempo si informa, scrive, racconta di Karlos Ndoja, Yusra Mardi, Aylan Kurdi, e di tutti coloro che salgono su un gommone per cercare una speranza. 

Scrivendo un romanzo del genere e destinato prettamente al pubblico adolescenziale, si presenta alto il rischio di cadere in banalità e rendere "una favola" la tragica realtà quotidiana di migliaia di persone. Mattia stesso, sulla propria pelle, capirà che bisogna scendere a compromessi. Mi è piaciuta, dunque, la scelta degli autori di mostrare non solo il lato sentimentale della vicenda e di proporre invece un evento drammatico che porterà il protagonista a una maggiore consapevolezza per la causa in cui lotta.  

Altra particolarità: la pluralità di punti di vista. L'Intera storia è un susseguirsi di interpretazioni da personalità differenti e inizialmente ne sono rimasta piuttosto spaesata, soprattutto perché a fare da portavoce non sono solo persone ma anche essenze inanimate come "L'incontro" "La crisi", "I capelli di Mattia". Unito al lessico non troppo ricercato, in un primo momento la sensazione è stata quella di trovarmi dì fronte a una storia stereotipata. Col progredire della lettura si è invece rivelato interessante e coinvolgente confrontare le diverse angolature proposte. 

Il finale non mi ha soddisfatta completamente, ma ciò non toglie che il resto del romanzo l'abbia letteralmente amato. Come si suol dire, "capisci di aver letto un buon libro quando giri l'ultima pagina e ti sentì come se avessi perso un amico" .

Recensione РOrgoglio e pregiudizio 

Eccola qui, finalmente!

  • Autrice: Jane Austen
  • Genere: classico, sentimentale, introspettivo 
  • Prima pubblicazione: 1813
  • Prezzo di copertina: 8,92 €
  • Numero di pagine: 594 + contenuti extra
  • Casa editrice: Mondadori (Oscar Junior)


Jane Austen (Steventon, 16 dicembre 1775 – Winchester, 18 luglio 1817) è stata una scrittrice britannica, figura di spicco della narrativa preromantica nonché tra le autrici del panorama letterario inglese più famose e conosciute al mondo.


I Bennet vivono con le cinque figlie a Longbourne, nello Hertfordshire. Charles Bingley, ricco scapolo, va ad abitare vicino a loro con le due sorelle eun amico, Fitzwilliam Darcy. Bingley e Jane, la maggiore delle Bennet, si innamorano; Darcy, attratto dalla seconda, Elisabeth, la offende con il suo comportamento altezzoso, dando vita a una lunga serie di malintesi.


Se una donna nasconde i suoi sentimenti con la stessa abilità anche all'uomo che li ha ispirati, può perdere l'occasione di conquistarlo, e sarebbe allora ben magra consolazione sapere che anche il resto del mondo è all'oscuro di tutto. In quasi ogni affetto c'è tanta parte di gratitudine, o di vanità, che non c'è da fidarsi a lasciarlo in balia di se stesso. Tutti possono dare il via liberamente a un sentimento e l'inclinazione verso qualcuno è più che naturale, ma sono pochi coloro che hanno abbastanza cuore da innamorarsi veramente senza alcun incoraggiamento. Nove volte su dieci una donna farebbe meglio a mostrare più simpatia di quella che prova. 


Il pregiudizio a cui si accenna nel titolo è probabilmente il sentimento con cui inizialmente mi sono approcciata a questo libro, confesso infatti di averlo inizialmente bollato come harmony. Le prime cento pagine le ho infatti trovate piuttosto pesanti, in quanto non succede praticamente nulla di rilevante, e ciò mi ha ricordato perché qualche anno fa io l'abbia mollato senza troppi rimorsi. Viene mostrato uno spaccato di vita delle diverse famiglie, assistiamo alle varie chiacchierate frivole, ci facciamo insomma un'idea del genere di ambiente in cui ci apprestiamo smuoverci. 

Superato l'ostacolo la storia ha iniziato però a prendere una piega più coinvolgente, sebbene il mio interesse si sia mosso tra alti e bassi in maniera incostante. 

In particolare mi è piaciuta l'ironia lampante di Jane Austen e la sua capacità di procurare l'orticaria attraverso personaggi come là signora Bennet o il signor Collins, di cui a fatica si digerisce il comportamento, proprio come succede alla protagonista Elizabeth. Merita una menzione un personaggio così fuori dagli schemi sociali imposti, similmente alla Jane Eyre della Brontë.

La storia non manca infine di riflessioni e riconosco di essermi sbagliata etichettandolo. Consigliato a chi cerca una lettura leggera ma non banale.