Recensione – I misteri di Sherlock Holmes 

  • Autore: Arthur Conan Doyle
  • Genere: raccolta di racconti, giallo 
  • Prima pubblicazione: 2016
  • Prezzò di copertina: 8,08€
  • Numero di pagine: 350 + contenuti extra 
  • Casa editrice: Mondadori (Oscar Junior)

Sir Arthur Ignatius Conan Doyle (Edimburgo, 22 maggio 1859 – Crowborough, 7 luglio 1930) è stato uno scrittore scozzese, considerato, insieme ad Edgar Allan Poe, il fondatore di due generi letterari: il giallo e il fantastico. In particolare è il capostipite del sottogenere noto come giallo deduttivo, reso famoso dal personaggio dell'investigatore Sherlock Holmes. La produzione dello scrittore tuttavia spazia dal romanzo d'avventura alla fantascienza, dal soprannaturale ai temi storici.

Come può Sherlock Holmes appassionare ancora? Il suo personaggio più acclamato, alla faccia di tutti, continua a riscuotere successo. La risposta potrebbe essere elementare, ma il punto è che Sherlock Holmes sa osservare. Capacità rara, soprattutto oggi che i nostri occhi sono abituatia pascolare sui monitor di palmari e cellulari, mentre intorno a noi il mondo accade.

Dalla Prefazione di Lorenza Ghinelli)

"Bene, bene, caro Watson, sia fatta la sua volontà. Da anni dividiamo la stessa stanza, e sarebbe davvero divertente se dovessimo finire per dividere la stessa cella. Lo sa, Watson, non mi importa confessarle che ho sempre pensato che avrei potuto essere un criminale con i fiocchi. Ed ecco che mi si offre l'occasione di sviluppare le mie tendenze in questo senso. Guardi un po'! […] Possiede per caso un paio di scarpe silenziose?

""Ho un paio di scarpe da tennis con la suola di gomma."

"Ottimamente. E una maschera?"

"Posso fabbricarne un paio con della della seta nera."

"Mi pare che anche lei possieda una forte inclinazione naturale per questo genere di passatempi![…]"

Prima o poi sarebbe arrivato il momento di leggere anche Sherlock Holmes, investigatore inglese maestro del giallo ottocentesco e presenza obbligatoria nella libreria di un un appassionato giallista. 

Nonostante la buona volontà, confesso che inizialmente ho trovato tale raccolta di racconti abbastanza lenta. Probabilmente mi aspettavo qualcosa di diverso, più azione, mentre invece il libro si apre con "La faccia gialla", storia interessante ma dal finale alquanto inusuale. C'è voluto un po' prima di familiarizzare con lo stile di Doyle e il suo bagaglio di personaggi, riuscendoci all'incirca poco dopo la metà.  

D'altra parte sin da subito mi ha positivamente colpita la figura di Holmes e il rapporto detenuto con Watson. In particolare ho apprezzato i 'abilità di Sherlock nel riuscire a scoprire più aspetti di una persona semplicemente partendo dall'osservazione di un oggetto, e l'atteggiamento bonario e quasi confidenziale con cui spesso si rivolge al collega. Più che alle avventure in sé, il successo di tali racconti è dunque secondo me dovuto principalmente ai protagonisti. 

In conclusione forse sarebbe stato meglio iniziare con un romanzo vero e proprio, ma tutto sommato non mi è dispiaciuta come prima esperienza.

Recensione – La Ciociara

  • Autore: Alberto Moravia
  • Genere: drammatico, sentimentale 
  • Prima pubblicazione: 1957
  • Prezzo di copertina: 9,00€
  • Numero di pagine: 314
  • Casa editrice: Bompiani 


Alberto Moravia, pseudonimo di Alberto Pincherle (Roma, 28 novembre 1907 – Roma, 26 settembre 1990), è stato uno scrittore, giornalista, saggista, drammaturgo, reporter di viaggio e critico cinematografico italiano.

Considerato uno dei più importanti romanzieri del XX secolo, ha esplorato nelle sue opere i temi della sessualità moderna, dell'alienazione sociale e dell'esistenzialismo.

Salì alla ribalta nel 1929 con il romanzo Gli indifferenti, e pubblicò nella sua lunga carriera più di trenta romanzi. I temi centrali dell'opera di Moravia sono l'aridità morale, l'ipocrisia della vita contemporanea e la sostanziale incapacità degli uomini di raggiungere la felicità. La sua scrittura è rinomata per lo stile semplice e austero, caratterizzato dall'uso di un vocabolario comune inserito in una sintassi elegante ed elaborata.

"La ciociara" è la storia delle avventure di una madre e una figlia, costrette dal caso a passare un anno nelle prossimità del fronte del Garigliano tra il 1943 e il 1944. Ma "La ciociara" è anche e soprattutto la descrizione di due atti di violenza, l'uno collettivo e l'altro individuale, la guerra e lo stupro. Dopo la guerra e dopo lo stupro né un paese né una donna sono più quello che erano prima. Un cambiamento profondo è avvenuto, un passaggio si è verificato da uno stato di innocenza e di integrità a un altro di nuova e amara consapevolezza. D'altra parte tutte le guerre che penetrano profondamente nel territorio di un paese e colpiscono le popolazioni civili sono stupri. "La ciociara" non è un libro di guerra nel senso tradizionale del termine; è un romanzo in cui è narrata l'esperienza umana di quella violenza profanatoria che è la guerra.

Durante quell'estate si fecero molti affari, la gente aveva paura e ammucchiava la roba in casa e non gli pareva
mai abbastanza. C'era più roba nelle cantine e nelle di-
spense che nei negozi. Ricordo che un giorno portai un
prosciutto da una signora, dalle parti di via Veneto. Abita-
va in un bel palazzo, mi venne ad aprire un cameriere in li-
vrea e io avevo il prosciutto nella solita valigia di fibra e la signora, tutta bella e profumata, con tanti gioielli addosso
che pareva la Madonna, mi venne incontro nell'anticame-
ra e dietro di lei c'era il marito, un piccoletto grasso e la si- gnora quasi mi abbracciava dalla gratitudine dicendomi:
"Cara… o cara… venga da questa parte, si accomodi… venga, venga." Io la seguii in un corridoio e la signora aprì la porta della dispensa e allora vidi davvero ogni ben di Dio.
C'era più roba là dentro che in una pizzicheria. Era un camerotto senza finestra con tanti scaffali giro giro e sugli scaffali si vedevano disposte qui una fila di scatole grosse, di quelle da un chilo, di sardine all'olio, lì altro scatolame fino, americano e inglese e poi tanti pacchi di pasta, e sac- chi di farina e di fagioli e vasi di confettura e almeno una decina tra prosciutti e salami. Io dissi alla signora: "Signora, lei qui ci ha da mangiare per dieci anni." Ma lei rispose: "Non si sa mai." Misi il prosciutto accanto agli altri e il marito lì per lì mi pagò e mentre toglieva il denaro dal por- tafogli le mani gli tremavano dalla gioia e non faceva che ripetere: "Appena ci ha qualche cosa di buono, si ricordi
di noi… siamo disposti a pagare il venti e anche il trenta per cento più degli altri."-

Da dove partire? Generalmente non amo abbandonare i libri a metà perché mi dà un senso di incompletezza, eppure questa volta ho dovuto proprio farlo: il tempo per leggere è sempre meno (il 21 inizio la maturità!) e quei ritagli dedicati alla lettura non mi andava proprio di sfruttarli per un romanzo oggettivamente interessante ma soprattutto oggettivamente pesante. Quindi le nostre strade si sono divise a pagina ottantacinque.

A non convincermi fin da subito ci ha pensato il personaggio di Cesira, protagonista e voce narrante. So che col progredire della lettura avrebbe avuto modo di evolversi caratterialmente e maturare, eppure tutto di lei, dalla volontà di ignorare la realtà della guerra chiudendosi nel proprio egoismo fino all'atteggiamento altezzoso, mi ha irritato profondamente potandomi a disprezzarla. Inoltre, il fatto che la vicenda sia presentata attraverso i suoi occhi giustifica bene quanto accennato all'inizio. 

Rosetta, la figlia, non da meno mi è purtroppo parsa eccessivamente stereotipata, nel bene quanto nel male, con la fragilità infantile e il pensiero volto a cose futili.

Solo Michele, entrato in scena quando ormai ero in procinto di abbandonare il romanzo, senza tuttavia impedirne l'accaduto, è stato l'unico a trasmettermi un minimo di empatia e a risultarmi convincente. Sembra infatti il solo in grado di comprendere cosa stia accadendo e di crearsi in merito un' opinione argomentata validamente.

Per quanto riguarda lo stile, Moravia addotta Il linguaggi popolare e spesso divaga in lunghe descrizioni o in elenchi inutili allo sviluppo della trama. Non ho apprezzato nessuna di tali scelte, anche se il lessico semplice fa svanire in parte l'imponenza del' autore e della lunghezza del libro.  

In conclusione, nella mia esperienza con "La Ciociara" sono mancati quasi del tutto il coinvolgimento emotivo, l'interesse, la curiosità, e pertanto lo consiglio esclusivamente a chi cerca una lettura impegnativa.

Recensione – Orgoglio e pregiudizio 

Eccola qui, finalmente!

  • Autrice: Jane Austen
  • Genere: classico, sentimentale, introspettivo 
  • Prima pubblicazione: 1813
  • Prezzo di copertina: 8,92 €
  • Numero di pagine: 594 + contenuti extra
  • Casa editrice: Mondadori (Oscar Junior)


Jane Austen (Steventon, 16 dicembre 1775 – Winchester, 18 luglio 1817) è stata una scrittrice britannica, figura di spicco della narrativa preromantica nonché tra le autrici del panorama letterario inglese più famose e conosciute al mondo.


I Bennet vivono con le cinque figlie a Longbourne, nello Hertfordshire. Charles Bingley, ricco scapolo, va ad abitare vicino a loro con le due sorelle eun amico, Fitzwilliam Darcy. Bingley e Jane, la maggiore delle Bennet, si innamorano; Darcy, attratto dalla seconda, Elisabeth, la offende con il suo comportamento altezzoso, dando vita a una lunga serie di malintesi.


Se una donna nasconde i suoi sentimenti con la stessa abilità anche all'uomo che li ha ispirati, può perdere l'occasione di conquistarlo, e sarebbe allora ben magra consolazione sapere che anche il resto del mondo è all'oscuro di tutto. In quasi ogni affetto c'è tanta parte di gratitudine, o di vanità, che non c'è da fidarsi a lasciarlo in balia di se stesso. Tutti possono dare il via liberamente a un sentimento e l'inclinazione verso qualcuno è più che naturale, ma sono pochi coloro che hanno abbastanza cuore da innamorarsi veramente senza alcun incoraggiamento. Nove volte su dieci una donna farebbe meglio a mostrare più simpatia di quella che prova. 


Il pregiudizio a cui si accenna nel titolo è probabilmente il sentimento con cui inizialmente mi sono approcciata a questo libro, confesso infatti di averlo inizialmente bollato come harmony. Le prime cento pagine le ho infatti trovate piuttosto pesanti, in quanto non succede praticamente nulla di rilevante, e ciò mi ha ricordato perché qualche anno fa io l'abbia mollato senza troppi rimorsi. Viene mostrato uno spaccato di vita delle diverse famiglie, assistiamo alle varie chiacchierate frivole, ci facciamo insomma un'idea del genere di ambiente in cui ci apprestiamo smuoverci. 

Superato l'ostacolo la storia ha iniziato però a prendere una piega più coinvolgente, sebbene il mio interesse si sia mosso tra alti e bassi in maniera incostante. 

In particolare mi è piaciuta l'ironia lampante di Jane Austen e la sua capacità di procurare l'orticaria attraverso personaggi come là signora Bennet o il signor Collins, di cui a fatica si digerisce il comportamento, proprio come succede alla protagonista Elizabeth. Merita una menzione un personaggio così fuori dagli schemi sociali imposti, similmente alla Jane Eyre della Brontë.

La storia non manca infine di riflessioni e riconosco di essermi sbagliata etichettandolo. Consigliato a chi cerca una lettura leggera ma non banale. 

Recensione – La cantatrice chauve

  • Auteur: Eugène Ionesco
  • Genre: pièce théâtrale, Théâtre de l'absurd 
  • Première publication:1950
  • Prix dû couverture: 6,27€
  • Nombre de pages: 56
  • Éditeur: Folio


Eugène Ionesco, né Eugen Ionescu  le 26 novembre 1909 à Slatina (Roumanie) et mort le 28 mars 1994 à Paris (France), est un dramaturge et écrivain roumano-français. Il passe une grande partie de sa vie à voyager entre la France et la Roumanie ; représentant majeur du théâtre de l'absurde en France, il écrit de nombreuses œuvres dont les plus connues sont La Cantatrice chauve (1950), Les Chaises (1952) et Rhinocéros (1959).

 On y retrouve six personnages, madame et monsieur Smith, madame et monsieur Martin, la bonne et le capitaine des pompiers. Tout d’abord, Mme Smith et Mr Smith sont installé dans un décor anglais. Tout est anglais. Les personnages tiennent des propos sur leur vie. Ils parlent de leur fils et ensuite du souper qu’ils viennent de manger. Arrive alors un couple d’ami, les Martin. Ensuite, c’est au tour du pompier. Une intrigue tourne autour de la sonnerie de la porte et de celui qui a appuyé dessus. Tous les quatre se parlent sans même s’écouter. Les réplique se répètent souvent et les histoires s’entremêlent. La fin de la pièce est un recommencement du début. Les Smith dans un décor anglais où tout est anglais, même les coups de l’horloge.


Mme Smith : Tiens, il est neuf heures.

Nous avons mangé de la soupe, du poisson, des pommes de terre au lard, de la salade anglaise. Les enfants ont bu de l'eau anglaise. Nous avons bien mangé, ce soir. C'est parce que nous habitons dans les environs de Londres et que son nom est Smith…


Il y a quelques temps que je n'avais pas le plaisir de lire un livre en français sans éprouver une sensation du fatigue et avec un réel intéresse pour le développement de l'historie. Bien que initialement je l'ai trouvée un peu pédant, quand je n'avais pas encore compris qu'est-ce que voulait signifier sa appartenance aux Théâtre de l'absurde (et ça ne permit pas d'assigner un nombre de points maxime), la pièce a plus tard révèle son aspect plus agréable: l'absurdité de l'histoire porte irrémédiablement a l'hilarité de lecteur, mais une analyse plus profonde apporte à la lumière l'incohérence de la situation humaine. Ma opinion plus que positif a sûrement été influencé aussi par le stile et le lexique très simple, que m'ont permit de comprendre complètent l'histoire. 

Sans aucun doute conseillé! 🙂

Recensione – Maigret e la vecchia signora 

Ed eccomi di nuovo qui! Pensavate di esservi librarti di me? Ahahah poveri illusi 😂

  • Autore: George Simenon
  • Genere: giallo
  • Prima pubblicazione: 1950
  • Prezzo di copertina: sconosciuto 
  • Numero di pagine: sconosciuto in questa edizione 
  • Casa editrice: Adelphi

 Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese.

Tra i più prolifici scrittori del XX secolo, Simenon era in grado di produrre fino a ottanta pagine al giorno. A lui si devono centinaia di romanzi e racconti, molti dei quali pubblicati sotto diversi pseudonimi. La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta Paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l'Index Translationum, un database dell'UNESCO che raccoglie tutti i titoli tradotti nei Paesi membri, Georges Simenon è il sedicesimo autore più tradotto di sempre e il terzo di lingua francese dopo Jules Verne e Alexandre Dumas (padre).

Durante la festa di compleanno, per la quale si sono riuniti i figli, di un'anziana signora, Valentine Besson, abitante a Étretat, la cameriera, Rose Trochu, muore avvelenata. La vecchia chiama Maigret sostenendo che il veleno fosse riservato a lei, e che vogliono ucciderla.


La fece entrare. Era in effetti una deliziosa vecchia signora, sottile e minuta con il volto roseo e dedicato sotto i capelli candidi, così vivace graziosa da sembrare un'attrice nel ruolo di un anziano marchesa.

«Lei di certo non mi conosce, signor commissario, e per questo apprezzo ancora di più la cortesia che mi fa ricevendomi. Io invece la conosco bene, sono anni che seguo le sue appassionati inchieste. Se verrà a casa mia, come spero, le mostrerò tutti ritagli di giornali che parlano di lei.»


Non avevo mai letto nulla di Simenon e mi ha sorpresa notare quanto le indagini di Maigret si basino sulla psicologia dei personaggi piuttosto che sugli eventi. Nel corso della lettura ho avuto a tratti la sensazione di star guardando un film al rallentatore: l'autore si sofferma infatti sulle riflessioni dei personaggi, sui dettagli, sui ricordi del commissario, e le indagini avanzano esclusivamente attraverso i dialoghi. Alla fine mi è parso quasi che l'intero libro sia scivolato senza lasciare tracce, come se in poche centinaia di pagine fosse accaduto tutto e niente.

Altro fattore aumentante la mia perplessità, nonché peculiarità della serie, è la caratterizzazione di Maigret poco in linea con i canoni polizieschi. Come una versione vintage di Rocco Schiavone, Jules Maigret ha un carattere irascibile, il bicchiere facile, si immerge totalmente nell'ambiente che lo circonda, basa le proprie inchieste sull'intuito e difficilmente la sua presenza suscita indifferenza.

D'altro canto la vicenda di sfondo risulta accattivante e il lettore si trova a indagare anch'egli, spinto dalla curiosità di scoprire chi sia il colpevole, con tanto di colpo di scena finale.

In conclusione, "Maigret e la vecchia signora" è un buon romanzo per gli amanti del giallo ma non mi ha convinta del tutto.

Recensione – Il fu Mattia Pascal

  • Autore: Luigi Pirandello 
  • Genere: umoristico, drammatico, sentimentale 
  • Prima pubblicazione: 1904
  • Prezzo di copertina: 3,90€
  • Numero di pagine: 206
  • Casa editrice: Newton Compton


Luigi Pirandello (Girgenti, 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936) è stato un drammaturgo, scrittore e poeta italiano, insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1934. Per la sua produzione, le tematiche affrontate e l’innovazione del racconto teatrale è considerato tra i maggiori drammaturghi del XX secolo. Tra i suoi lavori spiccano diverse novelle e racconti brevi (in dialetto e in lingua) e circa quaranta drammi, l’ultimo dei quali incompleto.


Da quando Mattia Pascal ha sposato Romilda Malagna, la sua vita è diventata un inferno. Tra la suocera che maltratta sua madre, la moglie devastata dalla gravidanza e l’amministratore Batta Malagna che gli usurpa il poco patrimonio rimasto, Mattia si ritrova a vivere una situazione di oppressione e asfissia dalla quale non può fuggire: deve infatti prendersi cura della famiglia e, per guadagnare qualche lira, accetta di lavorare presso una squallida biblioteca. 

L’occasione di fuga gli si presenta inaspettatamente quando Mattia vince un ingente somma di denaro presso il casinò di Montecarlo, e quando successivamente apprende dal giornale che la moglie ha identificato lui in un cadavere ritrovato. Mattia decide quindi di cogliere la palla al balzo e si costruisce una nuova vita sotto lo pseudonimo di “Adriano Meis”.


Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de’ miei amici o conoscenti dimostrava d’aver perduto il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo:

― Io mi chiamo Mattia Pascal.

― Grazie, caro. Questo lo so.

― E ti par poco?

Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè, come prima, all’occorrenza:

― Io mi chiamo Mattia Pascal.


A leggerne la trama si può pensare che “Il fu Mattia Pascal” contenga una buona dose di umorismo, di ironia, seppure introspettivo e dal finale dolceamaro. Devo ammettere di aver invece trovato la prima parte piuttosto lenta e con poca azione, simpatica, sì, ma niente di troppo eclatante: in essa Pirandello ci mostra come la vita di Mattia si sia trasformata nella gabbia familiare (qui il mio approfondimento in merito) che lo soffoca, conosciamo i vari personaggi, assistiamo a vivaci teatrini, ma il ritmo non accenna ad aumentare. 
Ciò non mi ha permesso di apprezzare totalmente il romanzo, tuttavia le cose sembrano migliorare con l’avvenire della seconda parte, decisamente più movimentata, incalzante, tormentata e ricca di sentimenti contrastanti. Inoltre non è difficile riconoscere nel protagonista un’apprezzabile maturazione psicologica, con il passaggio da uno stato di infantile spensieratezza a una presa di coscienza sul vero significato dell’esistenza: cosa significa infatti essere liberi? La libertà può in qualche modo coincidere con la felicità? 

Tali quesiti vengono affrontati nel consueto stile dell’autore, che spinge alla riflessione indagando sulle cause e sulle origini delle azioni. Se ciò si è risolto ottimamente per buona parte della storia, a tratti la voce di Pirandello emerge chiaramente in paragrafi e digressioni che sembrano messi/messe lì a caso, che poco hanno a che fare col contesto, risultando stonati/stonate e fuori posto. Ad esempio, capita che dal nulla Mattia si ritrovi a riflettere sul valore degli oggetti tornando tranquillamene, un minuto dopo, alle proprie occupazioni lasciando un senso di stordimento. 

Complessivamente rimane però una lettura più che meritevole, sia per l’originalità della trama, sia per i temi affrontati, nulla di troppo difficile e un buon modo per approcciarsi ai classici della letteratura italiana.

Recensione – Il nome della rosa 

Ho letto anche io un libro di Eco, quindi adesso sono ufficialmente degna di studiare Lettere Moderne, ce l'ho fatta, yuppi! ! :D 

  • Autore: Umberto Eco
  • Genere: giallo, storico, thriller, filosofico, religioso 
  • Prima pubblicazione: 1980
  • Prezzo di copertina: 14€
  • Numero di pagine: 576
  • Casa editrice: Bompiani

Umberto Eco (Alessandria, 5 gennaio 1932 – Milano, 19 febbraio 2016) è stato un semiologo, filosofo e scrittore italiano.

Saggista prolifico, ha scritto numerosi saggi di semiotica, estetica medievale, linguistica e filosofia, oltre a romanzi di successo.

Nel 1988 ha fondato il Dipartimento della Comunicazione dell'Università di San Marino. Dal 2008 era professore emerito e presidente della Scuola Superiore di Studi Umanistici dell'Università di Bologna.

Dal 12 novembre 2010 Umberto Eco era socio dell'Accademia dei Lincei, per la classe di Scienze Morali, Storiche e Filosofiche

Ultima settimana del novembre 1327. Il novizio Adso da Melk accompagna in un’abbazia dell’alta Italia frate Guglielmo da Baskerville, incaricato dii una sottile e imprecisa missione diplomatica. Ex inquisitore, amico di Guglielmo di Occam e di Marsilio da Padova, frate Guglielmo si trova a dover dipanare una serie di misteriosi delitti (sette in sette giorni, perpetrati nel chiuso della cinta abbaziale) che insanguinano una biblioteca labirintica e inaccessibile. Per risolvere il caso, Guglielmo dovrà decifrare indizi di ogni genere, dal comportamento dei santi a quello degli eretici, dalle scritture negromantiche al linguaggio delle erbe, da manoscritti in lingue ignote alle mosse diplomatiche degli uomini di potere. La soluzione arriverà, forse troppo tardi, in termini di giorni, forse troppo presto, in termini di secoli.

Ciascuno è eretico, ciascuno è ortodosso, non conta la fede che un movimento offre, cona la speranza che propone.

[…]

“Ma chii aveva ragione, chi ha ragione, chi ha sbagliato?” domandai smarrito.

” Tutti avevano la loro ragione, tutti hanno sbagliato.”

“Ma voi,” gridai quasi in un impeto di ribellione, “perché non prendete posizione, perché non mi dite dove sta la verità?”

Guglielmo stette alquanto in silenzio, sollevando verso la luce la lente alla quale stava lavorando. […]

“Ecco, il massimo che si può fare è guardare meglio.”


Anche dopo averlo letto è difficile evitare di incappare in pregiudizi. Direi che spesso Eco ha portato all'estremo divagazioni teologiche e filosofiche appesantendo il libro, ma ciò che per me è pesante pò non esserlo per altri. Di conseguenza non suggerirei di non approcciarsici a cuor leggero, però chi sono io per decidere chi è in grado di leggerlo e chi no? Chiariamo inoltre che la particolarità de "Il nome della rosa", responsabile dell'aura di sacralità che vi gira intorno, è proprio quella di offrire una moltitudine di chiavi di lettura: narrativa gialla, romanzo storico, trattato filosofico e religioso, e ciò gli ha conferito la fama di romanzo "dotto". Personalmente ho preferito dedicarmi quasi totalmente alla chiave narrativa, non perché incapace di comprenderne gli altri risvolti (eventualità vera solo in parte) ma perché l'ho reputata la più intrigante e le lunghe digressioni ne avrebbero decisamente rallentato il ritmo. Se successivamente decidessi però di rileggerlo, ora che ho risolto il giallo dedicherei sicuramente maggiore attenzione alle altre interpretazioni. Quella che segue sarà dunque l'opinione di chi ha saltato a prescindere quasi ogni descrizione o monologo di lunghezza eccessiva.

Innanzitutto, le cose che più ho amato e che mi mancheranno di questo libro sono Guglielmo da Baskerville e il suo rapporto quasi paternale con Adso da Melk. Guglielmo è davvero un personaggio sublime e ricco di fascino: èintelligente, colto, ironico, senza peli sulla lingua sebbene capace di adattarla alle diverse situazioni e persone, non si lascia condizionare da nessuno, riveste perfettamente il ruolo da maestro di Adso non solo in ambito teologico ma anche in quello di vita. Da lui Adso apprende infatti a pensare con la propria testa, a formulare ipotesi, a gestire le proprie emozioni. Mi è piaciuto che Guglielmo ci fosse sempre quando Adso aveva bisogno di aiuto o di un consiglio, che tra i due scorresse una fiducia reciproca, che ciascuno riconoscesse le capacità dell'altro, e persino i siparietti comici che occasionalmente hanno offerto. Davvero un bellissimo rapporto.

Non sono da meno neanche gli altri personaggi, l'Abate in particolare mi è parso dipinto con una lucida razionalità da cui emerge chiaramente la sua sete di autorità, di potere e il puro interesse per le ricchezze materiali mascherato dietro la celebrazione di Dio. Jorge, poi, possiede una sfaccettatura inquietante nella sua ostinazione al rigore religioso, inquietudine estensibile all'atmosfera generale cupa e gotica, macabra in maniera suadente. 

Lo stile riprende quello medievale e molte citazioni in latino, tuttavia rimane facilmente leggibile e l'ostacolo maggiore sono appunto le digressioni, che da una parte conferiscono maggiore credibilità e spessore alla storia mente dall'altra, come già anticipato, ne rallentano lo scorrere. Si adatta inoltre particolarmente bene all'ambientazione dell'abbazia e rende efficacemente l'intrigo su cui si basa la trama.

Posso in conclusione ritenermi soddisfatta, nonostante mi dispiaccia aver tralasciato qualche passaggio. Sarà per un'altra volta.

Ma non è finita qui! Con qyesrs recensione faccio infatti una prima invocazione al fantasma di Blooy Mary, per la Bloody Mary Challenge di Ivy. Ho scelto di usare tale libro perché l'ambientazione in un'abbazia, lo sfondo storico del Medioevo, le lunghe digressioni sull'Anticristo, il mieterò della biblioteca e i ripetuti omicidi sono tutti elementi con una sfaccettatura gotica e spettrale: spesso ho temuto di sognare qualche morto dopo aver letto prima di andare a dormire! 

Regole

  • Nomina il creatore della Challenge e chi ti ha nominato. (mi sono autonominata) 
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  • Nomina per ognuna delle tre recensioni 6 blogger.

A mia volta nomino quindi 

Recensione – De brevitate vitae 

  • Autore: Lucio Anneo Seneca
  • Genere: trattato filosofico 
  • Prima pubblicazione: 49 d. C.
  • Prezzo di copertina: 9€
  • Numero di pagine: 57
  • Casa editrice: Mondadori 

 


Lucio Anneo Seneca, in latino Lucius Annaeus Seneca, anche noto come Seneca o Seneca il giovane (Corduba, 4 a.C. – Roma, 65), è stato un filosofo, drammaturgo e politico romano, esponente dello stoicismo.

Seneca fu attivo in molti campi, compresa la vita pubblica, dove fu senatore e questore, dando un impulso riformatore.

Condannato a morte da Caligola ma graziato, esiliato da Claudio che poi lo richiamò a Roma, divenne tutore e precettore del futuro imperatore Nerone, su incarico della madre Giulia Agrippina Augusta. Quando Nerone e Agrippina entrarono in conflitto, Seneca approvò l’esecuzione di quest’ultima come male minore. Dopo il cosiddetto “quinquennio di buon governo” o “quinquennio felice” (54-59), in cui Nerone governò saggiamente sotto la tutela di Seneca, l’ex allievo ed il maestro si allontanarono sempre di più, portando il filosofo al ritiro politico che aveva sempre desiderato. Tuttavia Seneca, forse implicato in una congiura contro di lui (nonostante si fosse ritirato a vita privata), cadde vittima della repressione, e venne costretto al suicidio dall’imperatore.

Tra i dialoghi filosofici più famosi di Seneca, il “De brevitate vitae” venne composto probabilmente tra il 49 e il 55 d.C. ed è dedicato a Paolino, da identificarsi forse con il suocero del filosofo: un uomo dunque sufficientemente maturo per comprendere e apprezzare la profondità del messaggio senecano. Il tema trattato è di quelli che rimangono di perenne attualità: la fugacità del tempo e la brevità della vita. Che però, sostiene Seneca, appare tale solo a chi, non sapendone afferrare la vera essenza, si disperde in mille futili occupazioni.

Vivete come se doveste vivere per sempre, mai vi viene in mente la vostra caducità, non prestate attenzione a quanto tempo è già trascorso. Lo disperdete come provenisse da una fonte rigogliosa e inesauribile, benché nel frattempo proprio il giorno che è da voi donato a qualche uomo o attività sia forse l’ultimo. Ogni cosa temete come mortali, ogni cosa desiderate come immortali.


Quella che segue sarà una recensione piuttosto corta, sia perché il libro ha poche pagine, sia perché si tratta di una serie di riflessioni incentrata su un unico tema: l’utilizzo del tempo. Non essendo un romanzo è quindi difficile recensirlo, e più che altro esporrò la mia opinione sulla concezione del tempo secondo Seneca.

Innanzitutto, “De brevitate vitae” è il mezzo con cui Seneca condanna coloro che si lamentano della brevità della vita. Seneca sostiene infatti che la vita sia più che lunga e la percezione di brevità derivi dall’utilizzo sbagliato che ne facciamo. Troviamo quindi brevi capitoli in cui tale concetto viene ripetuto più volte, attraverso esempi di tempo sprecato, di personaggi celebri che non lo hanno adoperato adeguatamente, riflettendo sulla vicinanza della morte e via dicendo. La morale sostiene che una vita vissuta è una vita dedicata totalmente al sapere e in particolare allo studio della filosofia. Che ne penso? Personalmente mi piace apprendere nuove cose e indubbiamente la lettura ci permette di ampliare il tempo a nostra disposizione viaggiandovi avanti e indietro. Dedicarvici però tutta l’esistenza trascurando le relazioni umane, mi pare però decisamente eccessivo. Forse all’epoca di Seneca si trattava di una possibilità realizzabile, ma al giorno d’oggi è decisamente inattuabile.

Lo stile di Seneca è uno stile che richiama la sentenza: frasi brevi, esortative, a effetto [nota: mi sento come stessi come se stessi facendo una verifica]. L’ho apprezzato? Più o meno. Ogni tanto ho faticato a starvi dietro e confesso che spesso mi è parso pedante.

In conclusione? Boh… Mi avevano detto che era un bel libro, forse sono io che non mi ci sono approcciata nel modo giusto. Mi sento quasi in colpa. Comunque è ok, dai, contiene delle riflessioni interessanti!

Recensione – L’étranger 

Per la rubrica 

  •  Auteur: Albert Camus
  • Genre: introspection 
  • Première publication:1942
  • Prix de couverture. 7,80€
  • Numéro de pages: 120 
  • Éditeur: Folio

 Albert Camus, né le 7 novembre 1913 à Mondovi (aujourd’hui Dréan), près de Bône (aujourd’hui Annaba), en Algérie, et mort le 4 janvier 1960 à Villeblevin, dans l’Yonne en France, est un écrivain, philosophe, romancier, dramaturge, essayiste et nouvelliste français. Il est aussi journaliste militant engagé dans la Résistance française et, proche des courants libertaires, dans les combats moraux de l’après-guerre.

Son œuvre comprend des pièces de théâtre, des romans, des nouvelles, des films, des poèmes et des essais dans lesquels il développe un humanisme fondé sur la prise de conscience de l’absurde de la condition humaine mais aussi sur la révolte comme réponse à l’absurde, révolte qui conduit à l’action et donne un sens au monde et à l’existence, et « alors naît la joie étrange qui aide à vivre et mourir»

Il reçoit le prix Nobel de littérature en 1957.

Meursault se retrouve, pour une variété des circonstances et sans une volonté précise, à commettre un meurtre sur une plage, Il est donc emprisonné pour son crime et au cours du long processus est discuté, plutôt que le meurtre, le fait que l’accusé semble ne pas essayer toute sorte de remords pour ce qu’il a fait. Malgré les tentatives de l’avocat de la défense et en raison du manque de coopération de l’avocat qui ne défend pas même à lui-même Meursault sera condamnés à mort.

«Quand la sonnerie a encore retenti, que la porte du box s’est ouverte, c’est le silence de la salle qui est monté vers moi, le silence, et cette singulière sensation que j’ai eue lorsque j’ai constaté que le jeune journaliste avait détourné les yeux. Je n’ai pas regardé du côté de Marie. Je n’en ai pas eu le temps parce que le président m’a dit dans une forme bizarre que j’aurais la tête tranchée sur une place publique au nom du peuple français…»


Il n’est pas un secret que les livres en français qui j’ai apprécié sont très peu. Probablement mon niveau de la langue est trop bas pour me permettre de comprendre complètement un entier roman où de garder pour il un intérêt costante, et la situation n’est pas meilleure quand le livre n’a pas des événements pertinents et il est presque tout écrit comme un journal. Cependant on ne peu pas décrire “L’étranger” comme un roman introspectif, parce que le protagoniste ne semble pas éprouver aucune émotion. Qu’est-ce qu’on trouve, donc? Une série des actions mécanique, des descriptions, seulement la partie du procès et de la condamne paresse être un peu plus intéressant. 

Une histoire plat et monotone.sans des personnages appréciables. 

Recensione – Il ballo

  • Autrice: Irène Némirovsky
  • Genere: sentimentale, comico, drammatico 
  • Prima pubblicazione: 1930
  • Prezzo di copertina: sconosciuto in quanto regalatomi
  • Numero di pagine: 83
  • Casa editrice: Adelphi


Irène Némirovsky (Kiev, 11 febbraio 1903 – Auschwitz, 17 agosto 1942) è stata una scrittrice francese.
Nata in Ucraina, di religione ebraica convertitasi poi al cattolicesimo nel 1939, ha vissuto e lavorato in Francia. Arrestata dai nazisti, in quanto ebrea, Irène Némirovsky fu deportata nel luglio del 1942 ad Auschwitz, dove morì un mese più tardi di tifo. Il marito, Michel Epstein, si attivò per cercare di salvare la moglie inviando un telegramma il 13 luglio 1942 a Robert Esménard (il suo editore del momento), ed a André Sabatier presso Albin Michel proprietario della Casa Editrice Grasset che pubblicò molte opere di Irene, per chiedere aiuto:
“Irène partita oggi all’improvviso. Destinazione Pithiviers (Loiret). Spero che voi possiate intervenire urgenza stop Cerco invano telefonare”. Anche il marito morì nel novembre dello stesso anno ad Auschwitz. Dal 2005 la casa editrice Adelphi ha iniziato a pubblicare le sue opere.

Il ballo ha la perfezione esemplare di un piccolo classico, poiché riesce a mescolare, pur nella sua brevità, i temi più ardui: la rivalità madre-figlia, l’ipocrisia sociale, le goffe vertigini della ricchezza improvvisata, le vendette smisurate dell’adolescenza – che passano, in questo caso eccezionale, dall’immaginazione alla realtà. Perché è proprio una vendetta, quella della quattordicenne Antoinette nei confronti della madre: non premeditata, e per questo ancora più terribile. In poche pagine folgoranti, con la sua scrittura scarna ed essenziale, Irène Némirovsky condensa, senza nulla celare della sua bruciante crudeltà, un dramma di amore respinto, di risentimento e di ambizione. Nel 1929, quando Némirovsky pubblica David Golder, il suo primo romanzo (a cui l’anno dopo seguirà Il ballo), la critica manifesta tutta la sua sbalordita ammirazione di fronte a questa giovane donna elegante e mondana, appartenente a una ricca famiglia di émigré russi di origine ebrea, che si rivela una brillante scrittrice. Per tutti gli anni Trenta Irène Némirovsky continuerà a pubblicare con immutato successo. Nel dopoguerra, tuttavia, sulla sua opera cala il silenzio. Solo a partire dall’autunno del 2004 la critica, ma soprattutto i lettori, hanno cominciato a restituire a Irène Némirovsky il posto che le spetta fra i più grandi, e i più amati, narratori del Novecento.

«Un ballo… Mio Dio, era mai possibile che lì, a due passi da lei, ci fosse quella cosa splendida, che lei si immaginava vagamente come un insieme confuso di musica sfrenata, di profumi inebrianti, di abiti spettacolari… Di parole d’amore bisbigliate in un salottino appartato, oscuro e fresco come un’alcova… e che quella sera venisse messa a letto, come tutte le sere, alle nove, quasi fosse un bebè… Forse alcuni uomini, sapendo che i Kampf avevano una figlia, avrebbero chiesto di lei […]».


ATTENZIONE: si sconsiglia la lettura di questa recensione a coloro che non gradiscono l’eccesso di punti esclamativi.

Il lettore affermato è un lettore che snobba libri con meno di cento pagine, è un uomo, o una donna, un ragazzo, o una bambina, ma se è affermato tenderà sicuramente a prediligere storie abbastanza lunghe. Perché? Forse perché ci siamo abituati a conoscere i personaggi in modo graduale, perché istintivamente ci approcciamo a un nuovo libro con un minimo di diffidenza, o forse ancora perché siamo portati a pensare che una storia davvero buona necessiti di tempo per evolversi adeguatamente. Ebbene, c’è una cosa che devo confessarvi. Mettetevi seduti comodi perché non voglio responsabilità se cadete, ok? Ordunque, quindi.. “Il ballo” ha 83 pagine ed è una figata pazzesca! 

Giuro, sono rimasta incollata dalla prima all’ultima pagina. È così bello! La storia segue una trama molto semplice e breve, eppure non può fare a meno di risultare coinvolgente. Buona parte del merito vs sicuramente allo stile della Nemirovsky, perfettamente, realistico, spontaneo e pimpante. I dialoghi sono vere e proprie perle e i personaggi vengono delineati perfettamente sin dalla prima pagina. Quanto avrei voluto torcere il collo della signora Krampf! E quanto ho parteggiato per Antoniette! 

Fa così ridere, vi giuro! Tuttavia non mancano spunti di riflessione come il paesaggio dall’adolescenza alla vita adulta, la vecchiaia, l’ipocrisia, la vanità,… 

Non fatevi ingannare dal titolo o dall’ambientazione: non si tratta assolutamente di un semplice romanzo di costume, è un piccolo gioiello da esibire con fierezza nella propria libreria.
Cosa fai ancora qui? Corri a comprarlo, su!